Il 24 marzo non è una data che si attraversa distrattamente. Nel calendario della cultura italiana resta una soglia: quella che segna la nascita di Dario Fo, autore capace di trasformare il teatro in un dispositivo vivo, politico, irridente. A cent’anni dalla nascita, la sua voce continua a risuonare come un controcanto necessario, un esercizio di libertà che non ha mai smesso di interrogare il potere e i suoi linguaggi. Fo non è stato soltanto un Premio Nobel – riconoscimento arrivato nel 1997 – ma un costruttore di immaginari, un artigiano della parola capace di mescolare grammelot e satira, affondo civile e invenzione scenica.
Rileggere oggi il suo percorso significa confrontarsi con un’idea di arte che non separa mai l’estetica dall’etica, il riso dalla denuncia. Dai palcoscenici alle piazze, dalla televisione ai teatri europei, la sua traiettoria ha attraversato decenni lasciando tracce spesso scomode, sempre vitali. In questo centenario, il rischio è la celebrazione rituale, la memoria addomesticata. Ma Fo sfugge a ogni museificazione: resta presenza irrequieta, capace di parlare al presente proprio perché non smette di incrinarlo.
In questo orizzonte si inserisce la voce di Jacopo Fo, figlio e testimone di un’eredità complessa. Non solo memoria familiare, ma attraversamento diretto di un laboratorio creativo e politico unico. Raccontare oggi Dario Fo significa interrogare ciò che resta, ciò che si trasforma, ciò che ancora brucia. E chiedersi se quella lezione abbia ancora la forza di spostare lo sguardo.
A cent’anni dalla nascita di suo padre, qual è l’aspetto della sua figura che sente più urgente restituire oggi, al di là delle celebrazioni ufficiali?
«C’è un piano professionale: il Teatro dei Giullari e la Commedia dell’Arte hanno insegnato a fare teatro a tutta Europa, eppure questo patrimonio è poco conosciuto, in Italia e all’estero. Da anni organizzo corsi per attori e registi stranieri, e continueremo su questa strada. Sul piano culturale, invece, credo sia giusto ricordare che nella mia famiglia c’è sempre stato grande rispetto per “l’avversario” e per l’attenzione alla verità. Lo dimostra Morte accidentale di un anarchico: dopo le bombe e il caso Pinelli, sarebbe stato facile accusare Calabresi. Invece i miei modificarono il testo per correttezza, lasciando aperta la responsabilità».
Dario Fo ha sempre intrecciato comicità e denuncia. Pensa che oggi esista ancora uno spazio reale per una satira così radicale, o il contesto è cambiato in modo irreversibile?
«La satira c’è, ma non in televisione: vive sul web, dove molti lavorano bene e con grande seguito. Internet permette di uscire dai canali tradizionali: io stesso, escluso dalla tv, riesco a raggiungere centinaia di migliaia di persone. Ma è una libertà fragile: per le mie posizioni contro ogni forma di terrorismo ho subito un crollo di visibilità, da milioni a poche centinaia di migliaia di contatti».
Il suo percorso attraversa teatro, scrittura e impegno civile. Qual è oggi il luogo in cui sente di esprimere con più libertà la sua voce?
«Nei contenuti online, come i videoclip animati che realizzo. Potrebbero raggiungere milioni di persone, ma spesso vengono penalizzati: non rimossi, semplicemente resi invisibili. È una forma di censura subdola, aggravata dall’assenza di tutele efficaci e dalla scarsa attenzione della politica verso la libertà digitale».
Il teatro di suo padre era profondamente politico, ma mai ideologico in senso stretto. Che idea di impegno culturale le sembra possibile oggi, in un panorama così frammentato?
«Non è la frammentazione politica il problema: negli anni ’70 era persino maggiore. Oggi c’è più produzione culturale, ma manca cooperazione. Esistono milioni di pagine e realtà progressiste, ma ognuno coltiva il proprio spazio. Se facessero rete, avrebbero una forza comunicativa enorme. Invece prevale l’egoismo: si preferisce essere soli piuttosto che costruire un confronto. La vera sfida è trasformare questi spazi in luoghi condivisi di dibattito».
Se dovesse indicare un’opera o un momento della produzione di Dario Fo che parla con più forza al presente, quale sceglierebbe e perché?
«Un’opera che mi ha sempre colpito è La nascita del Giullare. Racconta di un contadino a cui il potere toglie tutto: la casa bruciata, la moglie uccisa, i figli portati via. Disperato, decide di togliersi la vita ma viene fermato da Gesù, che gli affida un compito: raccontare ciò che ha subito. Da lì nasce il giullare, colui che trasforma il dolore in parola e coscienza. È un testo scritto dopo che mia madre è stata rapita, torturata, stuprata, e per me è diventato un simbolo di quello che io cerco di fare. Di fronte all’orrore e all’impotenza, anche personale, resta la possibilità di agire per gli altri. Nel mio percorso ho cercato creare luoghi di accoglienza e cultura, offrendo opportunità a chi non ne aveva: la Libera Università di Alcatraz ha ospitato migliaia di persone senza soldi, bambini che non avevano modo di fare le vacanze, disabili, malati, gravi. È un lavoro lento, ma necessario: trasformare il trauma in responsabilità e condivisione. Ho 71 anni, li compirò il 31 marzo, e mi piace pensare di aver saputo fare, nella mia vita, qualcosa di buono».













