«Brutto comunista!». A Dario Fo, alto, goffo e allampanato, con l’occhio oftalmico, i dentoni e il mento sfuggente, gli mancava proprio quell’appellativo indelebile, appiccicato a mo’ di marchio di fabbrica! Ma da dove era sbucato fuori questo spilungone, questo Fo? Era nato il 24 marzo 1926 a Sangiano, paese a ridosso del Lago Maggiore. «Paese di pescatori, contrabbandieri, di raccontatori di storie» lo definirà poi Fo, sostenendo che lì è la fonte primaria del suo modo di raccontare, addirittura del suo formidabile gramelot. Che poi a Fo l’ha rovinato la guerra! Non si può evitare l’argomento spinoso. Dopo l’8 settembre del ’43, fino al ’45, lo si trova arruolato, volontario, sotto le armi della Repubblica Sociale di Mussolini, prima nella contraerea di Varese, poi da sottufficiale fra i Paracadutisti di Tradate. Fo affermerà sempre, quando la storia venne fuori negli anni ’70, di essersi arruolato per sviare le persecuzioni fasciste nei confronti del padre Felice, che era attivo nel sostegno ai partigiani della zona di Varese. Vi furono querele, processi e sentenze, senza che però si arrivasse, onestamente, a definire del tutto verità, menzogne, calunnie, omissioni, silenzi. Se macchia vi fu (e forse vi fu) nell’operato del diciottenne di allora, non c’ è dubbio che il Fo dai venti anni in poi ha ben riscattato l’eventuale “errore di gioventù”, attraverso una militanza e un impegno indiscutibili. Impegno e militanza che dagli anni ’50 in poi non escludono affatto la comicità, la buffoneria, il paradosso mimico-gestuale.
Nel ’59 Fo forma una sua compagnia con Franca Rame, antica famiglia di saltimbanchi, sposata nel ’54 in Sant’ Ambrogio, con nel ’55 il figlio Jacopo. La coppia Fo-Rame non disprezza contesti di medio impatto socio-culturale, dal cinema alla tv, pubblicità compresa. Se il film Lo svitato nel 1956 porta la firma di Carlo Lizzani, più corrivi con la media produzione comica d’epoca sono Rascel Fifì del 1957, Souvenir d’Italie e Domenica è sempre domenica del ’58, Follie d’estate del ’63. L’ultima partecipazione in cinema di Fo è nel più recente Viva Zapatero (2006) di Sabina Guzzanti.
Negli anni 50/60 ci sono anche dei passaggi televisivi per Fo, quando in tv si faceva teatro: la serie Teatro in scatola nel ’54 con Franco Parenti e Giustino Durano, Villini a sorpresa di Frank Lauder con Elsa Merlini e Nando Gazzolo (nel ’58), una sua commedia L’uomo nudo e l’uomo in frac con la Rame nel 1962. Ritroveremo di nuovo Dario Fo in Tv solo nel 1989, quando fu l’Azzeccagarbugli nei Promessi Sposi di Salvatore Nocita. Seguiranno le Lezioni di teatro, insieme all’arci-nemico Albertazzi nel 2004/05. Nel carnet del Fo di allora anche qualche Carosello: fra il ’57 e il ’61 compare in alcuni spot pubblicitari della Barilla e dell’Agip.
Ma il clou della stagione Tv di Fo & Rame, con il putiferio che ne seguì, fu la partecipazione a Canzonissima nel 1962. Alcune scenette sulla mafia e sugli incidenti sul lavoro suscitarono terrificanti polemiche, con interventi censori dall’alto e la conseguente “cacciata dei due peccatori” dal Paradiso Terrestre Rai: esilio che doveva durare vent’anni. In quei memorabili anni ’60, il poliedrico Dario Fo (vogliamo definirlo un genio? ma sì, un genio), firma anche alcuni testi di canzoni per cantautori, fra cui Enzo Jannacci: sue L’Armando e Prete Liprando e il giudizio di Dio. Dal ’68 abbandona i circuiti teatrali convenzionali e approda in spazi alternativi, case del popolo, circoli Arci, capannoni, ecc., con il collettivo La Comune.
Nel ’73, in uno dei suoi giri alternativi, Fo viene arrestato a Sassari, rimanendo in guardina diciotto ore. Nel ’74 è la volta dell’occupazione, a Milano, della Palazzina Liberty, che resterà fino all’inizio degli anni ’80 luogo centrale di teatro politico e “controinformazione”. Dei tanti testi e spettacoli di Fo in questo periodo tumultuoso, indimenticati sono Morte accidentale di un anarchico (1970) su Pinelli e sul commissario Calabresi dopo Piazza Fontana, o Il fanfani rapito (1974) al tempo del referendum sul divorzio. Resta centrale quel Mistero Buffo del ’69, vero “manifesto” del teatro di Fo, della sua maniera inconfondibile di coniugare storia (magari reinventata) e improvvisazione sul palco, linguaggio aulico e verve popolare. Ma negli anni Fo si avvia a diventare una sorta di icona della trasgressione, un po’ ufficializzato (ingessato?) nel ruolo di padre nobile del teatro alternativo d’antan.
Il Premio Nobel lo consacrerà nel 1997. Un premio Nobel a Fo che fece torcere le budella a molti, sia benpensanti (che ritennero che gli accademici svedesi dovevano essersi bevuti il cervello) sia gli sfegatati della sinistra, cui non piacque l’omologazione di Fo allo “star system” della cultura mondiale, con tutta la ritualità e prosopopea annesse. Fo non se ne curò, anzi sorridente e tutto compito nell’impeccabile frac e nello sparato candido, ricevette il premio per le mani del re Gustavo di Svezia, con gli inchini, i ringraziamenti e tutto, mentre Franca Rame gongolava in prima fila. Ci piace pensare che da grande giullare dei nostri tempi, Dario Fo, sotto la bazza e il sorriso di circostanza, faceva uno sberleffo e una comicissima capriola, davanti al re. Buffone di un brutto comunista!













