Domenica 29 Marzo 2026 | 21:13

“Hai un momento Dio?”

“Hai un momento Dio?”

“Hai un momento Dio?”

 
Dorella Cianci

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Dorella Cianci

“Hai un momento Dio?”

Domenica 29 Marzo 2026, 19:31

Se pensiamo a Dario Fo in rapporto alla religione o alla dottrina siamo sulla strada sbagliata. Eppure la sua opera ci parla di Dio e dei cristiani. Quando uscì il volume Dario e Dio, per l’editore Guanda, presentato prestigiosamente – con ironia e garbo - da monsignor Nunzio Galantino, fu ancor più evidente quello che gli appassionati di Fo avevano sempre saputo, sin dai tempi di “Mistero buffo”: Dario Fo non cercava Dio come rifugio, non impartiva lezioni né lo sfidava sul terreno del sacro, che gli era stato da sempre caro da un punto di vista artistico. Fo tentava di dialogare con Dio. Voleva sì attaccare provocatoriamente la religione, soprattutto quando si fa potere, gerarchia o paura, ma, poi, ha voluto continuare, per tutta la vita, a inseguirla, quando il fenomeno religioso sapeva tornare a farsi “scandalo” e voce degli ultimi.

È innegabile, rivedendo alcune sue opere, come fosse attratto dal cristianesimo delle origini, proprio per quella carica vitale di rovesciamento dei valori, dove la forza era l’amore e il potere era il perdono. Era questo l’elemento religioso che piaceva al Nobel e che troviamo chiarito in uno studio pubblicato dall’Università di Cambridge, di A. Scuderi: «Nella sua satira della Chiesa cattolica, Fo presenta un Dio Padre paternalistico come strumento di oppressione, mostrando Gesù più vicino al cuore del popolo. I suoi riferimenti ai vangeli apocrifi si inseriscono in questo schema. In due delle sue opere teatrali, Il primo miracolo del Bambino Gesù (tratto da Racconto di una tigre e altri racconti) e Johan Padan scopre l’America, prende in prestito elementi apocrifi per sottolineare la dicotomia padre/figlio e per contestare il dominio egemonico».

Dunque Fo non demolisce l’elemento sacro, ma quel il sacro sequestrato dal potere. Vedeva, inoltre, nella religione un terreno di lotta simbolica: nei suoi testi, la religione non appare come una sfera “pura”, separata dalla storia, ma come un linguaggio pubblico, con cui si decide chi ha autorità, chi può parlare a nome della verità, chi è degno, chi è colpevole, chi sta al centro e chi ai margini.

Dario Fo aveva ben intuito la forza che è nelle religioni e lui stesso, non con disfattismo, bensì con sarcasmo di altissimo livello, si era voluto trasformare in un “giullare” che colpisce l’autorità. La religione, in Fo, inoltre, non è certamente neutra e questo aspetto, insieme all’elemento simbolico, sono decisivi da sottolineare, perché i simboli religiosi non stanno fermi e non possono non essere letti anche in relazione alla società. Le religioni – tutte – possono servire a legittimare l’ordine esistente — obbedienza, gerarchia, paternalismo — oppure a contestarlo. Per questo grande genio del nostro tempo, la religione è una sorta di posta in gioco. È il luogo in cui si combatte per il significato del mondo: se il Vangelo debba confermare i potenti o smascherarli; se il sacro debba parlare la lingua dell’ordine o quella degli ultimi. E il riso, in questo contesto, non serve ad alleggerire: serve a togliere sacralità ai poteri che si fingono intoccabili.

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