Domenica 15 Marzo 2026 | 22:49

Hamnet perduto: alle radici di Amleto

Hamnet perduto: alle radici di Amleto

Hamnet perduto: alle radici di Amleto

 
Pasquale Bellini

Reporter:

Pasquale Bellini

La donna come bussola degli affetti nel film Hamnet

Domenica 15 Marzo 2026, 18:43

Dimenticare Shakespeare in love. Questo film Hamnet-Nel nome del figlio di Chloé Zhao dal romanzo di Maggie O’ Farnell, così sontuoso eppure così intimo, ci indirizza verso il dramma e verso la tragedia della perdita, con relativa soluzione finale catartica, piuttosto che verso quella che nel film di John Madden del 1998 era una gioiosa costruzione sentimentale, un colorito e brillante divertissement storico. La perdita è quella del figlio di Shakespeare morto, forse di peste, a undici anni nel 1596, Hamnet, quello con una enne al posto della elle come da ambigua grafia equivalente (così assicura la didascalia all’ inizio del film): una perdita che trasforma il “nome del figlio” in quello di Hamlet, il personaggio padre del teatro moderno europeo.

Dalla morte verso la vita, tentativo forse illusorio, come nella storia mitica di Orfeo ed Euridice, con la poesia e l’ arte che tentano di strappare all’ oscurità e di render eterni gli amori, i sogni: nel film è proprio William che al primo incontro racconta l’antica favola ad Agnes Hathaway, la futura moglie. Ma all’origine e al centro di tutto è la forza della natura, in questa foresta di luci e ombre (ah, le foreste di Shakespeare, in Sogno d’ una notte d’ estate o in Macbeth!) foresta di alberi, rupi e fossi profondi, dove si rannicchia in postura fetale la donna, la Agnes, una foresta dove poi essa cammina con al braccio il suo falcone, prima di lanciarlo in volo, prima di nutrirlo. E sono brandelli di carne cruda per il becco del rapace. Agnes è qui in tutto e per tutto una donna-natura, forse una maga, certo una medichessa (figlia di strega?) al cui confronto, in Stratford-upon-Avon, il giovane Shakespeare compita latino ai figli degli artigiani e dei borghesi, prima delle nozze e dei contrasti (di entrambi) con le rispettive famiglie e prima della nascita dei figli, fra i sussurri amorevoli e le grida lancinanti del corpo. Un corpo femminile martoriato nei parti. Imperversano medicamenti pestati, impiastri di erbe e formule magiche per curare i mali e i dolori, nella penombra delle case, laddove candele, fuochi e fiammelle illuminano gli interni (pitture fiamminghe e reminiscenze caravaggesche si rifrangono).

Nello splendore della foresta e nelle case chiaroscurali di Stratford vagano William ed Agnes, lei sempre in quella sua veste rossiccia, lo stesso abito e la tessa fisionomia, sino alla fine della storia, pur a distanza dei quindici anni che separerebbero l’ incipit dalla fine: un personaggio come fissato per sempre, nell’ attimo suo proprio, dell’ amore e del dolore. Amore è quello di Agnes per William, quello fortissimo di entrambi verso i tre figli (Susannah, Judith, Hamnet,) ma sempre con le urla di Agnes alla loro nascita, in quanto “partoriti nel dolore”, così come c’ è in lei dolore per quel marito William, che se ne va, per anni e anni, lontano a Londra, nel mestiere del teatro. Mestiere anche remunerativo (William acquista la più grande casa di Stratford, dopo aver rifiutato il mestiere di guantaio del padre), ma mestiere per tutti misterioso e remoto.

Dolore indicibile, di Agnes e di William, per la morte del piccolo Hamnet, il solare bambino biondo che ruzzola e ride con la gemella Judith, che tira di scherma e gioca col padre, bambino che si farà carico di un dolore universale e “naturale”. Pallido e livido sotto il sudario, morto di peste (ah, peste fatale in Shakespeare, vedi Romeo e Giulietta), con genitori attoniti e sconvolti, Agnes e William separati da quella perdita per sempre. Forse. Perché nella Londra scura, fetida e fangosa (quasi contrappasso alla foresta “primordiale”) si prepara il riscatto, forse la rinascita, se Orfeo non si volterà a trattenere Euridice, se Shakespeare non tratterrà Hamnet/Hamlet, anzi lo eternerà come personaggio. È il Globe Theatre a Londra che accoglie Agnes (col fratello Bartholomew) alla prima di Hamlet. La foresta eccola qui, fatta scenario di teatro con uno scuro varco al centro; ne fuoriesce William come fantasma del Padre, ma che si fa anche  Figlio nel deprecare quella morte così crudele, così ingiusta, di faccia alla Madre (Agnes) spettatrice attonita e affascinata. Che bel duello quello finale di Hamlet, fra sanguinose ferite, fra coppe piene di perle e veleni! Hamnet scompare nel bosco dipinto, nel buco nero del dolore pacificato, ma Hamlet vive in eterno.

Film bellissimo ed emozionante, questo di Chloé Zhao, attori eccezionali, in specie la formidabile Jessie Buckley (Agnes) con accanto Paul Mescal (Shakespeare).  Tutto il resto è silenzio.

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