Si definiva “uno dei peggiori scacchisti che esistano”.
Jorge Luis Borges amava gli scacchi per il loro significato simbolico che rifletteva la condizione umana prigioniera del tempo e di chissà quale mano collocata più in alto nella scala gerarchica degli esseri.
Borges apprese il gioco da suo padre che tra le altre cose voleva insegnargli il paradosso di Zenone; nel prologo a L’oro delle tigri l’autore confida al lettore che l’inquietudine filosofica gli apparteneva fin dall’infanzia “da quando mio padre mi rivelò con l’ausilio di una scacchiera (che era, ricordo, di cedro), la corsa di Achille e della tartaruga”.
Due sonetti inclusi nella raccolta poetica L’artefice sono interamente dedicati al gioco degli scacchi e svelano che la vita è una interminabile partita a scacchi le cui infinite possibilità di combinazione denunciano la totale impossibilità per l’uomo di controllare il proprio destino e, lungi dall’attribuirgli il libero arbitrio, ne fanno una preda del destino o di Dio che guidano le sue scelte secondo necessità.
I pezzi della scacchiera sono definiti “lenti” perché i confini temporali della partita - ma anche quelli spaziali - sono dilatati all’infinito; la Regina è “armata”, la torre è “omerica”, il re è “scortato”, mai lasciato solo, l’alfiere è “obliquo” con riferimento al tipico movimento diagonale del pezzo e la partita non avrà fine quando i giocatori se ne saranno andati ma continuerà all’infinito.
Borges ricorda l’origine orientale del gioco; nel secondo sonetto il poeta denuncia la totale passività dei pezzi mossi dalla mano del giocatore che, a sua volta, è mosso da altra mano in un gioco di incastri e di scatole cinesi inquietante.
Ma se questa “altra mano” è quella di Dio o del fato che governano il giocatore, chi si cela dietro Dio, quale Forza occulta e misteriosa governa Dio stesso in una catena infinita di cause e tesse la trama segreta della vita umana, fatta di “polvere e tempo e agonie e sogni”?
Il “rigore adamantino” di cui parla Borges in questo stesso sonetto sembra corrispondere a una dura legge di necessità che governa tutti gli esseri, Dio incluso.
I pezzi della scacchiera diventano figure di legno docili ai disegni dei giocatori che a loro volta sono prigionieri su un’altra scacchiera, quella della volontà divina che ne limita l’arbitrio come sottolineava il poeta persiano del XII secolo Omar Khayyam “Noi siamo i pedoni della misteriosa partita a scacchi giocata da Dio. Egli ci sposta, ci ferma, ci respinge poi ci getta uno ad uno nella scatola del nulla”
Il concetto del giocatore prigioniero ritorna in un passo de L’immortale in cui il protagonista del racconto dichiara di aver giocato molto agli scacchi nel cortile del carcere di Samarcanda.
La scacchiera è un labirinto bidimensionale, di possibilità infinite contenute in uno spazio finito.
Una delle poesie più belle raccolte ne La rosa profonda e intitolata De que nada se sabe (Di come nulla si sa) parla della totale estraneità a se stessa di qualunque entità esistente: la luna non sa di essere la luna, le “pedine d’avorio sono estranee all’astratta scacchiera, come la mano che le muove”.
Il cieco determinismo borgesiano che fa del labirinto la metafora dell’esistenza ha una matrice spiccatamente spinoziana; Spinoza è il filosofo che più attrae Borges, che gli dedica ben due sonetti.
Spinoza nega all’uomo il libero arbitrio proprio come Borges; l’uomo non è libero come non è libero il giocatore di scacchi che muove i suoi pezzi mentre lui stesso è mosso da un invisibile Burattinaio.












