Nel paesaggio dei premi letterari italiani, sempre più spesso attraversato da logiche di mercato e visibilità immediata, ci sono iniziative che scelgono invece la via più lenta e fertile della scoperta. Tra queste si colloca il Premio Fondazione Megamark - Incontri di Dialoghi, giunto alla sua undicesima edizione e dedicato alle opere prime della narrativa italiana: un osservatorio privilegiato su ciò che ancora non ha un nome consolidato, ma chiede spazio e ascolto.
È in questo orizzonte che si inserisce l’ingresso dello scrittore e saggista Paolo Di Paolo nella giuria degli esperti dell’edizione 2026. Autore tra i più attenti a interrogare la relazione tra memoria, letteratura e formazione dello sguardo, Di Paolo porta con sé una sensibilità critica capace di leggere i debutti non come semplici promesse editoriali, ma come tentativi di immaginare il mondo attraverso una lingua nuova. La sua presenza rafforza il profilo culturale di un premio promosso dalla Fondazione Megamark, realtà pugliese che da anni intreccia sostegno alla cultura e impegno sociale nel Mezzogiorno.
L’undicesima edizione introduce inoltre una novità significativa: accanto alla giuria degli esperti nasce “La corte dei lettori”, una giuria popolare rinnovata che restituisce centralità alla comunità dei lettori. In un tempo in cui la letteratura rischia talvolta di chiudersi nei propri circuiti specialistici, il premio rilancia così un’idea semplice e insieme radicale: i libri, prima di tutto, accadono nello spazio vivo dell’incontro tra chi scrive e chi legge
Entrando nella giuria del “Premio Fondazione Megamark – Incontri di Dialoghi”, si confronterà con molti romanzi d’esordio. In un debutto narrativo cosa cerca prima di tutto: una voce, uno sguardo sul mondo o il coraggio del rischio letterario?
«La prima cosa che cerco è una voce riconoscibile, un timbro che si distingua quasi subito. Non accade spesso, ma quando succede lo si avverte immediatamente. Penso, per esempio, a Michele Ruol nella scorsa edizione del premio: uno di quei casi in cui uno scrittore si riconosce subito per un tratto tutto suo».
Nei suoi libri il rapporto tra memoria personale e storia collettiva è centrale. Ritrova questa tensione anche nei romanzi d’esordio di oggi?
«Non so quanto sia diffusa, ma mi colpisce quando accade. Penso allo spagnolo David Uclés, nato nel 1990, che ha scritto un romanzo sulla guerra civile diventato un bestseller. È interessante quando uno scrittore giovane si confronta con una storia che non ha vissuto. Il rischio, però, è quando la storia diventa solo uno sfondo convenzionale — penso ai molti romanzi sugli anni Quaranta — e allora perde forza. Con la memoria personale, invece, il confronto è inevitabile: non si scrive mai senza fare i conti con il proprio passato».
Il premio introduce quest’anno “La corte dei lettori”, una giuria popolare rinnovata: che valore ha il dialogo tra giudizio critico e sensibilità dei lettori?
«Il consiglio che do agli esordienti è semplice: farsi leggere da persone che non siano amici o parenti. All’inizio serve uno sguardo neutro, anche non specialistico, capace di dire con sincerità se un libro coinvolge o annoia. Scrivere significa comunque esporsi al giudizio degli altri, e per questo credo molto nelle giurie ampie e nel confronto con i lettori».
Lei ha spesso visto la letteratura come formazione dello sguardo civile: in che modo un concorso per esordienti può far emergere nuove letture della realtà italiana?
«Un premio ha prima di tutto un valore di filtro: in un paese in cui si pubblicano circa 90mila novità l’anno e si legge poco, aiuta a selezionare e indicare al pubblico voci su cui vale la pena soffermarsi. Per un esordiente, soprattutto se pubblica con un editore piccolo o medio, è anche un importante riflettore. C’è poi la dimensione civile: i romanzi possono aprire un dibattito pubblico partendo da storie intime e private. Un premio come Megamark incoraggia gli autori, anche concretamente, e alimenta la discussione nei circoli di lettura e tra i lettori. E già il confronto intorno a un libro è, di per sé, un gesto civile».
Da giurato e da scrittore, quale responsabilità sente verso chi pubblica il primo libro: valutare un’opera compiuta o riconoscere, anche tra imperfezioni, una promessa di futuro?
«È una responsabilità notevole: ogni scelta nasce da discussioni approfondite, spesso anche accese, ma mai lasciate al caso. Perché ogni decisione è, in fondo, una scommessa sul futuro di uno scrittore. La soddisfazione più grande non è soltanto riconoscere un buon esordio, ma intuire un percorso possibile e incoraggiarlo. Un premio all’esordio è una sorta di medaglia che spinge ad andare avanti. L’augurio è che chi passa da Megamark non si fermi al primo o al secondo libro, ma costruisca un cammino: nella scrittura, come in ogni arte, è la durata a fare davvero la differenza».












