Domenica 25 Gennaio 2026 | 12:04

Mercosur, vini dop pugliesi e lucani senza «scudo» europeo. Varvaglione (Ceev): c’è ancora tempo per ampliare le tutele

Mercosur, vini dop pugliesi e lucani senza «scudo» europeo. Varvaglione (Ceev): c’è ancora tempo per ampliare le tutele

 
Marisa Ingrosso

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Marisa Ingrosso

Vini di Puglia e Basilicata senza «scudo» europeo. Varvaglione (Ceev): ma c’è ancora tempo per ampliare le tutele

La viticoltrice pugliese Marzia Varvaglione è la prima donna presidente del Ceev-Comité vins considera l’intesa Ue-Mercosur una occasione da cogliere con la possibilità di lavorare a un ampliamento delle tutele per alcuni vitigni

Domenica 25 Gennaio 2026, 09:27

09:56

La viticoltrice pugliese Marzia Varvaglione, prima donna presidente del Ceev-Comité vins, il più importante sindacato europeo del settore dell’industria vitivinicola, considera l’intesa Ue-Mercosur una occasione da cogliere e con la possibilità di lavorare a un ampliamento delle tutele per alcuni vitigni, Primitivo in testa.

Presidente, nell’accordo Ue-Mercosur c’è una tutela anti-imitazione per 57 Indicazioni Geografiche italiane, ma nella lista non c’è alcun vino pugliese o lucano. Come mai?

«Questa lista è stata delegata agli Stati membri europei, cioè è stato detto a ogni Paese di selezionare alcune Doc, alcune denominazioni, particolarmente esportate. Risale al 2017 la prima presentazione delle liste, poi confermate nel 2019. Quindi è stato il Paese membro, nel nostro caso lo Stato italiano, che aveva la possibilità di esprimere un numero limitato di prodotti nell’ambito dei 340 di tutta Europa».

Ma dal 2017 a oggi un po’ di cose sono cambiate per le produzioni di Puglia e Basilicata, o no?

«Bisogna intanto distinguere tra Puglia e Basilicata perché, nella prima delle due, abbiamo visto tantissime aziende e imbottigliatori del mondo del vino che hanno puntato più sull’esportazione, in particolare con il Primitivo, rispetto ad altri vitigni autoctoni pugliesi e lucani. Ricordiamo che noi in Italia siamo famosissimi per avere una miriade di vitigni autoctoni, quindi, purtroppo, inserirli tutti (nella lista di maggior tutela Ue-MErcosur; ndr) non sarà possibile. Tra l’altro, essendo delle questioni puramente politiche, a ogni azione corrisponde una reazione, qualora noi volessimo inserire qualcosa, ci verrà chiesto qualcos’altro in cambio. Purtroppo, come dicevo, sono liste fatte quasi dieci anni fa da ogni Stato membro e hanno preferito andare in ordine di esportazione. Come è ovvio, in questi 10 anni il mercato si è evoluto».

Il mercato del Primitivo in questi dieci anni è cambiato?

«Sì. A parte acquisire quote di mercato, il Primitivo ha anche acquisito valore di mercato. Tantissimi brand e produttori privati hanno avuto anche più forza commerciale per poter esportare questo prodotto oltre oceano».

Quindi lei ritiene che, forse, proprio il Primitivo potrebbe essere un papabile nuovo prodotto da tutelare in modo rafforzato nell’ambito della lista Ue-Mercosur?

«Da produttrice me lo auguro, però purtroppo, in questo momento abbiamo visto come il Parlamento europeo abbia messo in stand by questo accordo, inviandolo alla Corte Europea di Giustizia per una valutazione. Presto sapremo di quanto tempo ci sarà bisogno per andare a riconsiderare l’intesa. Si parla anche di 24 mesi. Dovremo aspettare che l’accordo vada a buon fine e, qualora venisse attuato, allora potremo riaprire il “libro” e provare a scrivere anche qualche varietà del Sud Italia».

Nella sua esperienza, c’è mercato per questi vini in Sud America?

«È un mercato da costruire, dove c’è ampio margine di sviluppo. È un mercato in cui, pensando per esempio al Brasile, ci sono anche produttori. Loro hanno questa cultura, ma bisogna anche vedere a che prezzo poi arriva il vino sugli scaffali. È una questione anche di reddito. Il Mercosur andrebbe anche ad avvantaggiare gli Stati membri rendendoli più concorrenziali nell’esportazione. E consideriamo anche che serve in Ue, in questo momento, andare a cercare quote di mercato che si stanno perdendo negli Stati Uniti».

In un’ottica di sviluppo dei mercati esteri, secondo lei per le produzioni tipiche del Sud, quali mercati dovrebbero essere di maggiore interesse? Noi arriviamo comunque tardi rispetto ad altre aree d’Italia, no?

«Ci stiamo riprendendo, stiamo recuperando un po’ di tempo perso. Di sicuro non farei più una distinzione sud/nord Italia perché, purtroppo, all’estero non si ha così tanta contezza e capacità di distinguere da parte del consumatore finale medio. Si distingue soprattutto un consumo di vini con le bollicine, piuttosto che bianchi e rosati, a discapito di una lieve flessione dei rossi. Nonostante ciò, abbiamo notato come i vini pugliesi abbiano avuto, in questi ultimi anni, un fortissimo riscontro, super-positivo, in mercati come la Germania e la Svizzera. Quindi comunque l’Europa la fa da padrone nelle quote di mercato dei nostri vini».

Con ciò che sta capitando nel mondo, ormai l’orizzonte internazionale è “entrato” anche nelle vigne, no?

«Sì certamente. E, infatti, si tende sempre più a diversificare sui mercati esteri e, ovviamente, di conquistare nuove quote di mercato».

E in una chiave di penetrazione in un mercato, non sarebbe ancora utile unire le forze fra produttori?

«È un buon punto. Diciamo che ci sono tanti consorzi che funzionano molto bene e si fanno le cosiddette collettive nelle Fiere internazionali, per poter condividere i costi. Ci sono, sono molto diffusi».

Forse si può fare di più?

«Sì, in generale sì. La verità è che viviamo in un momento di incertezza dei mercati. Penso però anche che siano cambiamenti ciclici. L’unione, in genere, fa la forza».

Giovani è vino, è un binomio da declinare al futuro?

«Sì, certo che sì. La nuova generazione sta crescendo con meno tabù e vino e superalcolici sono più facilmente reperibili. I più giovani ancora bevono prevalentemente cocktail, perché sono più “cool”. Sono persone molto curiose che hanno un approccio al vino, ma penso al mondo in generale, di ricerca non soltanto del prodotto ma dell’esperienza. E quindi, sì, questo è un bellissimo binomio».

In breve: quale dev’essere la parola d’ordine del vino per la Puglia?

«Qualità e valorizzazione dei propri prodotti. È fondamentale continuare a produrre vino di qualità. “Valorizzazione” vuol dire non svendersi e avere il coraggio di dire qualche “no”. Soltanto attraverso la valorizzazione dei nostri vini possiamo avere la valorizzazione delle nostre terre. Abbiamo bisogno della valorizzazione della nostra Puglia e delle nostre terre».

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