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accolto ricorso

«Il Comune di Parabita
non è mafioso», Tar Lazio
annulla scioglimento

comune di parabita

Il Tar del Lazio annulla lo scioglimento per infiltrazioni mafiose del consiglio comunale di Parabita. La sentenza è stata resa nota pochi minuti fa. I giudici hanno ritenuto fondato il ricorso del sindaco Alfredo Cacciapaglia e degli altri amministratori, estromessi dall'amministrazione del Comune con decreto del Presidente della Repubblica del 7 febbraio 2017.Le vicende penali da cui ha preso il via l'indagine amministrativa (cioè l'arresto dell'ex vicesindaco Giuseppe Provenzano e di altre persone nell'ambito dell'operazione antimafia Coltura), per i giudici riguardavano solo l'ex vicesindaco e si riferivano a fatti antecedenti alle elezioni del 2015. Per il Tar, non ci sono elementi concreti, univoci e rilevanti idonei a configurare la compromissione del buon andamento o dell'imparzialità dell'amministrazione comunale.
Dal momento dello scioglimento, il Comune è stato amministrato da una terna di commissari composta da Andrea Cantadori, Gerardo Quaranta e Sebastiano Giangrande.
Il sindaco e gli amministratori Gianluigi Grasso, Pierluigi Leopizzi, Salvatore Tiziano Laterza, Biagio Coi e Sonica Cataldo sono stati rappresentati in giudizio dagli avvocati Pietro Quinto e Luviano Ancora.

Le indagini del Ros avevano accertato - secondo l’accusa - 'favori' fatti da esponenti del Comune alle famiglie vicine a un clan per assegnare loro voucher-buoni lavoro, contributi in denaro, alloggi popolari, locali commerciali e riservare assunzioni tra i netturbini con costi aggiuntivi per l'amministrazione comunale. Il Comune, cioè, avrebbe favorito i boss della Sacra Corona Unita anche con i voucher.

«GIUSTIZIA E' FATTA» - «Giustizia è fatta. Perché lo Stato possa intervenire sciogliendo il Consiglio Comunale devono sussistere elementi certi e indiscutibili che dimostrino come la gestione amministrativa dell’Ente sia effettivamente inquinata o possa esserlo per effetto di infiltrazioni malavitose. Nel caso di Parabita» questa dimostrazione «non vi era stata». E’ il commento dell’avvocato Pietro Quinto che con il collega Luciano Ancora ha difeso il Sindaco di Parabita, Alfredo Cacciapaglia, e i Consiglieri Comunali nel giudizio davanti al Tar Lazio contro il decreto di scioglimento per presunte infiltrazioni mafiose.
La vicenda era partita dalle indagini sfociate in 22 arresti nell’ambito di una operazione della Dda di Lecce del dicembre 2015 denominata «Coltura». Tra gli arrestati anche il vice sindaco del comune salentino Giuseppe Provenzano, accusato di aver favorito il gruppo Giannelli della Sacra Corona Unita. Su proposta del Prefetto di Lecce e dell’apposita Commissione di indagine era stato quindi emanato il decreto di scioglimento per infiltrazioni mafiose con la nomina di tre commissari. Nel ricorso al Tar i legali hanno evidenziato «la carenza dei presupposti per l’adozione del grave provvedimento lesivo dell’autonomia comunale» e i «vizi del procedimento derivanti dal forzato collegamento tra i fatti oggetto delle indagini penali riguardanti un’ampia zona del territorio del Sud Salento e le vicende amministrative del Comune, senza che fossero individuati atti e procedimenti che attestassero un condizionamento della complessiva attività amministrativa del Comune».

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