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Inchiesta petrolio a Potenza
ammesse 400 parti civili

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POTENZA - Sono circa 400, complessivamente, le parti civili ammesse nel processo sulle estrazioni petrolifere in Basilicata - che vede imputate 47 persone e dieci società, tra cui l’Eni: lo ha deciso il Tribunale di Potenza, nel corso dell’udienza che si è svolta oggi, respingendo un centinaio di richieste, tra cui alcune nei confronti delle società imputate.

Nel corso dell’udienza, inoltre, i pm Francesco Basentini e Laura Triassi hanno annunciato il deposito di una nota dei Carabinieri del Noe relativa ai recenti controlli dell’Arpab sulla presenza di ammine nella zona delle estrazioni. I magistrati hanno messo a disposizione delle parti gli atti, in vista della prossima udienza del 12 febbraio 2018. Un gruppo di ambientalisti e rappresentanti di alcuni movimenti hanno organizzato anche un presidio, davanti alla sede del Palazzo di Giustizia di Potenza, per chiedere «giustizia e verità» sulle estrazioni petrolifere in Basilicata.

I pm Francesco Basentini e Laura Triassi, nel corso dell’udienza di oggi del processo sulle estrazioni petrolifere in Basilicata - che vede imputate 47 persone e dieci società, tra cui l’Eni - hanno annunciato il deposito degli atti del fascicolo sul suicidio dell’ingegnere Gianluca Griffa, ex responsabile del Centro oli (Cova) di Viggiano, morto ad agosto del 2013 in Piemonte.
Nel fascicolo sono contenuti documenti «particolarmente interessanti», secondo i pm, in cui sarebbero stati descritti tra il 2011 e il 2013 alcuni dei problemi dell’impianto, emersi poi nell’inchiesta della Procura di Potenza del 2016.

Griffa si suicidò a 38 anni a Montà d’Alba (Cuneo): il corpo fu ritrovato ad agosto, in forte stato di decomposizione, ai piedi di un traliccio, molte settimane dopo la scomparsa denunciata il 26 luglio 2013. Durante il periodo delle ricerche fu scoperto un memoriale in cui l’ingegnere spiegava dettagliatamente alcuni particolari sul Centro Olio - che sarebbero in parte emersi poi nell’inchiesta della Procura di Potenza - chiedendo anche di inviare questi documenti ai Carabinieri di Viggiano e all’Unmig «se mi dovesse accadere qualcosa», scrive lo stesso ingegnere nel suo memoriale.

I magistrati lucani hanno portato alla luce la vicenda esaminando la lista delle persone che hanno lavorato a Viggiano, scoprendo il suicidio di Griffa (l'uomo si tolse la vita - secondo quanto accertato dalle indagini dei carabinieri - per motivi personali, legati ad una forte depressione) e i molti documenti lasciati dall’ingegnere. Griffa spiega di aver comunicato tutto all’Eni: «Mi stato imposto di tacere», evidenzia l’ex responsabile del Cova nel memoriale. Alcuni di questi documenti erano custoditi nella sua abitazione, altri sono stati trovati grazie a un sms che lo stesso Griffa inviò a un suo vecchio numero, letto poi da un familiare che lo segnalò agli investigatori. I Carabinieri nel 2013 acquisirono anche altri documenti dal pc e dal tablet di Griffa, in cui sarebbero contenute, secondo quanto si è appreso, altre descrizioni tecniche sull'uso di ammine.

Un «indizio», questo, emerso solo nel 2016 nelle indagini dei pm potentini su un presunto smaltimento illecito degli scarti di produzione della lavorazione del greggio. Griffa raccolse molti documenti e conservò un carteggio con la compagnia petrolifera su questi temi (conservato nel fascicolo inviato a Potenza solo nelle scorse settimane) e alcune fatture sull'acquisto di "glicole», un particolare tipo di ammine. L’ingegnere ipotizzava poi la possibilità che queste ammine potessero essere una delle cause della corrosione dei serbatoi del Centro Oli: nei mesi scorsi furono scoperti alcune perdite in due serbatoi della struttura, con una fuoriuscita di petrolio nell’area che poi portò la Regione a deliberare la sospensione temporanea delle attività del Cova. L’acquisizione di questi documenti sarà decisa nella prossima udienza, in programma il 12 febbraio 2018.

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