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inchiesta

Fiumi di soldi falsi
le zecche clandestine
sono nel Barese

di LUCA NATILE

Piccole zecche clandestine crescono. Le stamperie di euro falsi non sarebbero più solo una prerogativa della malavita partenopea. I falsari baresi starebbero soppiantando i «maestri» della Campania. L’invasione di banconote e monete contraffate, potrebbe partire da laboratori segreti presenti in angoli nascosti proprio dell’aera metropolitana barese. È l’ipotesi alla quale stanno lavorando gli investigatori dopo aver scovato, lo scorso ottobre, nell’abitazione di Adelfia dell’insospettabile trentenne Michele Bratta, legato da vincoli di parentela a un picciotto d’onore della famiglia camorristica dei Parisi, ben 965.180 euro in banconote false in tagli da 20 e 50, di ottima fattura, quasi indistinguibili da quelle autentiche. Solo un gruppo criminale organizzato e dotato di una grossa disponibilità di denaro contante, oltre che di una estesa rete di collaboratori, avrebbe potuto comprare così tante banconote contraffate. Si è trattato del sequestro più importante eseguito negli ultimi anni in Puglia.

La capitale dei falsari è Napoli. Infatti più del 50% del denaro tarocco viene prodotto nell’hinterland partenopeo: Giugliano, Afragola, Marano, Quarto, Pozzuoli, Aversa. È alla scuola partenopea denominata «Napoli group» che i Parisi, la famiglia più accreditata della camorra barese , probabilmente si è rivolta per comprare il contante fasullo requisito ad Adelfia. Il progetto, probabilmente, era quello di rivendere ogni banconota al doppio del prezzo pagato. Obiettivo un guadagno complessivo di 300mila euro. Un business nuovo per la mala di Japigia. La scoperta fatta dalla Squadra Mobile ha aperto una finestra sulle nuove attività economiche della malavita barese.

Le segnalazioni di banconote false hanno ripreso a fioccare al punto che si fa largo l’ipotesi che esistano piccole zecche clandestine nascoste chissà dove nell’area compresa tra Foggia (l’area più vicina alla Campania), la provincia Barletta-Andria-Trani e Bari. È possibile che tipografi professionisti vengano assoldati da gruppi criminali o comunque costretti, con il ricatto e le minacce, a stampare e coniare. I tipografi che sanno imitare gli elementi di sicurezza sono pochi. E per la malavita, sono un capitale umano. La catena dello smercio segue gli stessi schemi dello spaccio di droga. Il primo passaggio, dal distributore al «grossista», avviene al costo del 10 per cento del valore nominale. Per un milione di euro finti, la banda ne guadagna 100mila veri.

Dal grossista si approvvigiona (pagando un prezzo maggiore, il 20 per cento del valore nominale) una serie di soggetti minori, dal piccolo criminale locale fino all’extracomunitario in difficoltà che spera di guadagnare qualcosa spacciando banconote.

E ad ogni passaggio della filiera, il ricarico aumenta del dieci per cento. Nel primo semestre del 2017 la Banca d'Italia ha riconosciuto false 74.424 banconote ritirate dalla circolazione in tutta Italia, con un decremento dello 0,7 per cento rispetto alle 74.977 del secondo semestre del 2016. I tagli da 20 e da 50 hanno continuato a essere i più falsificati.

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