Domenica 09 Dicembre 2018 | 22:17

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Quel Cassano che vorremmo conoscere In libreria l'autobiografia del calciatore

di FRANCESCO COSTANTINI
C’è assai poca Bari, quasi una rimozione. E pochissimissimo Bari, nel senso della squadra di calcio, una citazione volante, il ricordo di quella notte, mai un segno vero se non d’amore almeno d’affetto. Come non c’è un rigo per il padre e per i familiari in genere, ed affiora qua e là la necessità di un punto di riferimento maschile autorevole. Le rimembranze baresi ve le dovete andare a cercare tra le righe
Antonio CassanoBARI - In coda alle 179 pagine c’è persino un piccolo ma utilissimo dizionarietto di espressioni popolari baresi. Niente di che, quanto basta per sentirsi a casa tra la cattedrale e piazza del Ferrarese: espressioni di pronto utilizzo conviviale tipo «cchegghion » e «tr’mon», o «mocc’a la bocchine de mamete» che sarebbe solo un modo di dire. O l’equivalente di «signorina, bel sottano tenete…», a sottolineare la giottesca sfericità del retrotreno di un’avvenente passante. Ma nell’autobiografia che Antonio Cassano ha appena consegnato ai posteri per la decodificazione del giornalista di Sky Pierluigi Pardo («Dico tutto - E se fa caldo gioco all’ombra», Rizzoli ed., euro 16) c’è assai poca Bari, quasi una rimozione. E pochissimissimo Bari, nel senso della squadra di calcio, una citazione volante, il ricordo di quella notte, mai un segno vero se non d’amo - re almeno d’affetto. Come non c’è un rigo per il padre e per i familiari in genere, ed affiora qua e là la necessità di un punto di riferimento maschile autorevole.

Le rimembranze baresi ve le dovete andare a cercare tra le righe, nella nostalgia dei bagni a «Portofino», dei panzerotti, delle partite tra le bancarelle della piazza o nel fossato che non è mai stato un fossato del castello, dei gol fatti segnare a «Tovalieri», l’amico poliomelitico, per il gusto di sfregiare gli avversari. O magari nei «tr’mon» a sfinimento nei bagni della scuola sognando l’unica professoressa che gli sia mai piaciuta. Di quei lontani giorni baresi, Antonio conserva il ricordo delle impennate in motorino, la consapevolezza che solo il fenomenale talento pallonaro lo abbia potuto salvare da almeno u n’esperienza di manovale della criminalità, il dolore per la perdita di Remì, l’amico del cuore ucciso a 18 anni nel giorno di santa Maria. E il sorprendente rimpianto per non essersi mai fermato a firmare un autografo a Michele Fazio, il ragazzino innocente che restò sotto i colpi della malavita.

L’avventura calcistica - tanta Roma, un po’ di Madrid, Genova per noi, la Nazionale, le «cassanate», Totti prima generoso poi un po’ geloso, Batistuta falso e taccagno, mascellone Capello, Gentile, Trap e Donadoni, Lippi risparmiato non si sa mai… - prende come è ovvio il cuore della narrazione, ma tanto per essere chiari non esiste un rapporto dell’ex «gordito» (il cicciottello) con Bari ma solo con Bari Vecchia, dove vuol mantenere in eterno la casa ma dove comunque non tornerà mai più a vivere, indeciso com’è, per ora, fra la villa romana di Casal Palocco ed una ancora da reperire a Genova, dove vive magnificamente, amando riamato Carolina e la pallanuoto, e in attesa magari di finire all’unica squadra della quale abbia mai sognato di indossare la maglia, l’I n t e r.

Così, corso Vittorio Emanuele, sancisce il confine oltre il quale il mondo era terra di conquista, di un’umanità troppo ricca per lui che faceva davvero fatica a mangiare tutti i giorni («ho vissuto 17 anni da povero e 7 da miliardario: ne mancano 9 per pareggiare almeno il conto» dice), Poggiofranco un posto lontano dove andare solo a dormire nella casa che il presidente Matarrese gli aveva preso in affitto, a fare il paio con la Golf nera che gli regalò per il quasi «miracoloso» conseguimento della patente. E nel ramo auto, amatissime, si segnala un incidente a 180 all’ora alle 4 del mattino a Roma, dal quale uscì miracolosamente illeso e del quale si prese ogni responsabilità il fido Nicola, che divide con lui ogni istante della vita e che in auto manco c’era.

Infine, le donne. Passione compulsiva, autentica ossessione di un ragazzino con l’acne che nessuna fanciulla guardava nemmeno in faccia e che si è riscoperto un giorno «bello come Brad Pitt», famoso e con un conto in banca da togliere ogni sfizio. Con la figura materna, quella sì non tanto dominante quanto adorata, coccolata adesso che si può (andò a Roma invece che alla Juve perché mamma Giovanna aveva saputo che in inverno a Torino quando stendi il bucato lo ritiri ghiacciato…). In fondo, non c’è troppo di esoterico e misterioso nel libro, solo il desiderio di sentirsi amato, desiderato, accettato in pieno da quel mondo che da bambino poteva solo guardare passare sull’a l t ro marciapiede del corso.

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