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venerdì giornata del vernacolo

Dialetto questo sconosciuto
Acquaviva «vieta» l'italiano

comune Acquaviva delle fonti

08 Giugno 2016

Ninni Perchiazzi

di NINNI PERCHIAZZI

ACQUAVIVA - Una giornata dedicata al dialetto. In toto. Senza alcuna «concessione» all’italiano o alle lingue straniere, al limite qualche sana traduzione per scoprire parole della cultura popolare ormai sopite e dimenticate. Insomma, una sorta di giornata della consapevolezza delle proprie origini storico-linguistiche, dedicata in particolar modo alle generazioni più recenti, sempre meno edotte all’uso della lingua dei nostri avi.
È il senso di «Parlè accòme mangè», in programma venerdì in piazza dei Martiri 1799 ad Acquaviva, grazie all’iniziativa dell’amministrazione comunale, in collaborazione con l’associazione turistica pro loco «Curtomartino, nell’ambito della giornata dedicata alla promozione del dialetto ed in continuità alla Giornata nazionale dei borghi autentici.

Addirittura, il poliedrico e vulcanico sindaco, Davide Carlucci, ha emesso un’ordinanza rigorosamente in acquavivese - ebbene sì -, con annessa traduzione nella lingua di padre Dante, in cui vieta l’uso dell’italiano o meglio suggerisce l’uso del dialetto locale per tutta la giornata di venerdì. Il primo cittadino non ha certo dimenticato gli «stranieri», intesi per italiani non acquavivesi e foreigners ovvero stranieri veri e propri: non potendo pretendere l’uso della lingua della capitale della cipolla rossa, costoro potranno esibirsi nel proprio dialetto.

Così in tutti i locali, bar e ristoranti, pub e macellerie, si parlerà strettamente acquavivese in un clima di pieno revival del dialetto, tanto caro a chi s’impegna nella diffusione e nella conservazione delle tradizioni. In pratica, il vernacolo sarà la lingua madre per decantare menù ed effettuare prenotazioni. A rischio di restare a stomaco vuoto.
Non è un caso che lo stesso primo cittadino consigli studio ed esercitazioni in dialetto, «per non rimanere a digiuno», non solo in vista della folcloristica giornata. Venerdì poi, saranno messe in vendita le copie di «Viaggio nel mondo del dialetto acquavivese» di Vito Gentile - il ricavato finanzierà un fondo per animare il centro storico -, già di recente distribuito ai ragazzi delle scuole medie del paese.

«È triste constatare che l’uso del dialetto si stia via via perdendo, soprattutto tra le giovani generazioni - afferma il sindaco -. Secondo me sbagliando, si contrappone l’italiano al dialetto, quando l’uso di quest’ultimo facilita l’apprendimento di altre lingue oppure aiuta a improvvisare e farsi capire».
In programma poi, letture poetiche, canzoni e recitazioni, ma anche lezioni di lingua madre (con tanto di scherzose interrogazioni, sempre in dialetto). E ancora: indovinelli, proverbi e traduzioni in dialetto dall’inglese, francese e tedesco.
D’altronde da noi, il dialetto resta un «must». Slogan, pubblicità, canzoni e tormentoni in lingua locale vanno sempre di moda: dal pezzo «Je’ so de Bbar’», con tanto di inno alla birra cittadina per antonomasia fino all’ultimo rap «Oh sta fasc? Ta post? C'ha ditt?», prodotto dal figlio d’arte, Renato Ciardo, che spopolano sul web, assieme a baresità di vario genere, fino al mitico «t’rmon» sdoganato dall’allora sindaco del capoluogo, Michele Emiliano, per mettere in riga l’indisciplinato di turno.
Quindi, appuntamento per venerdì ad Acquaviva. E per dirla con l’ordinanza di Carlucci. «E na ssìte redénne, ca la còse è sèrie!».  

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