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Bari, «È una misura assurda degna dell’Unione sovietica o della Germania nazista»

L’analisi del costituzionalista pugliese Aldo Loiodice

Il giurista Aldo Loiodice

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Bari - Professor Aldo Loiodice, costituzionalista, quella del carcere ai giornalisti per diffamazione è una questione spinosa. Da dove iniziare per fare chiarezza?
«Certamente dall’articolo 21 della Costituzione che garantisce la libertà di stampa, un vero e proprio simbolo delle democrazie occidentali. Se consenti a un giudice di mettere in carcere un giornalista di fatto permetti al pm, cioè all’accusa, di operare una censura. La carcerazione è una cosa assurda, degna dell’Unione sovietica o della Germania nazista. Anche il franchismo procedeva così».

Però anche la tutela dell’onorabilità e della reputazione è un diritto e non certo un diritto minore...
«Su questo non c’è dubbio. Ma esiste la querela di parte, si possono prevedere sanzioni amministrative senza dimenticare il diritto alla rettifica che ripara rapidamente il torto subito».

Qualcuno potrebbe dire che siano «risposte» insufficienti. Qual è l’esatto punto di mediazione tra diritto di cronaca e tutela della persona?
«Il ruolo di equilibrio, a mio parere, si rintraccia solo nell’operato di una autorità garante cui sia demandato il compito di stabilire sanzioni per giornali e giornalisti. Dando a questi ultimi, è ovvio, la possibilità di difendersi».

Ma la sanzione penale non ha un’efficacia preventiva?
«Direi proprio di no, piuttosto è discriminatoria. Chi ha potere riesce a intimidire il giornalista, al contrario di quanti non dispongono di tale possibilità. Non solo, ma poi c’è il nodo del rapporto tra giornalisti e Procure: chi ha buoni agganci è meno spaventato rispetto a chi ne è sprovvisto. Le magistratura inquirente è di parte, soggetta a pulsazioni non imparziali, chiamata ad accusare anche chi è innocente. Applicata al giornalismo è una cosa barbara che avrebbe, come esito, quello di privare le persone di una rilevante massa di notizie. Il problema è molto complesso, oltre che delicato, perché il ruolo del giornalista rischia di essere compresso da numerosi attori, in primis quelli economici e politici. Dunque, il gioco di equilibri è precario e di certo immaginare che un pm sbatta in galera un giornalista alla prima diffamazione fa rabbrividire».

La Corte Costituzionale aveva dato al Parlamento un anno di tempo per legiferare. Ma nulla si è mosso. Perché secondo lei?
«Non è certo l’opinione pubblica a volere i giornalisti in carcere. Piuttosto è la politica a non voler rinunciare ad un mezzo di intimidazione. E, infatti, non è un caso che il Parlamento non abbia fatto nulla per tutto questo tempo».

La Corte, molto probabilmente, dichiarerà l’incostituzionalità della norma. Che succede a quel punto?
«Non succede niente perché, lo ripeto, non c’è bisogno di una norma per la sanzione penale. Si va avanti con gli strumenti che ci sono e sempre nella considerazione che censure occulte o palesi non possono essere tollerate in nessun caso».

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