Mercoledì 27 Gennaio 2021 | 21:11

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Viceministro agli Affari esteri e alla cooperazione internazionale Marina Sereni, parliamo di Mediterraneo, un mare geopoliticamente in tempesta in cui la Puglia e Taranto, città che potrebbe essere strategica per il rilancio del Sud, sono immerse ed esposte. Sembra evidente che i vuoti lasciati dal ripiegamento americano hanno solleticato vecchi e nuovi appetiti. Lei cosa ne pensa, il presidente Joe Biden cambierà approccio o è arrivato il momento per Italia ed Europa di diventare per così dire “maggiorenni”, occupandosi da sé della difesa, e magari ampliamento, dei propri spazi operativi?
«Con una battuta direi “la seconda che hai detto”. Penso che nel Mediterraneo ci siano diverse faglie, che si sono accentuate e rese più evidenti con la crisi del Covid. Nei giorni scorsi abbiamo avuto un grande successo con i Med Dialogues, una piattaforma di confronto tra tutti gli attori principali e tutti gli Stati che si affacciano sul Mediterraneo, oltre ad alcune tra le principali potenze globali. Abbiamo discusso della situazione in quest’area, guardando alle criticità, ai conflitti e alle tensioni, pensiamo a Libia e Siria, al conflitto Israelo-palestinese, al tema del terrorismo, ma anche alle grandi opportunità che il Mediterraneo offre. Lo stesso cambiamento climatico nella regione è un tema che dovrebbe allarmarci, poiché è uno dei luoghi che si sta riscaldando di più. Dobbiamo tornare a lavorare sugli Accordi di Parigi, ma dobbiamo anche costruire, insieme, uno sviluppo sostenibile diverso, che parli pure ai Paesi della sponda sud. Occorre attuare la transizione energetica, attività produttive e occasioni per i giovani del Mediterraneo. Stiamo parlando di un mare che è un incrocio di molte contraddizioni, ma che è anche il luogo in cui può nascere una nuova agenda positiva. Questo è stato il filo di discussione ai Med Dialogues, che al contempo hanno confermato che l’Italia, in politica estera, è protagonista nello scenario del Mediterraneo allargato».
«Ha fatto riferimento al rapporto agli Usa - continua la Vice Ministro. - Abbiamo visto con l’Amministrazione Trump un progressivo disimpegno degli Stati Uniti. La mia opinione è che questo trend non cambierà radicalmente con l’Amministrazione Biden. Penso, semmai, che può mutare l’attitudine a un più forte dialogo con l’Ue. Sarà più facile il colloquio tra Usa e Paesi europei su scenari come l’Iraq, l’Afghanistan e la Siria. Avremo modo di riflettere meglio su come debbano evolversi gli scenari in cui c’è anche una presenza militare congiunta, ma non credo che gli Stati Uniti torneranno a occuparsi, con la stessa intensità del passato, di questa parte del mondo. L’agenda di Biden sarà prima di tutto interna e, probabilmente, con un diverso baricentro da un punto di vista geopolitico. Ciò mi porta a dire che gli Usa torneranno a esprimere una volontà di leadership, ma questo impone all’Europa un maggior protagonismo sulla scena mediterranea, un’area strategica per noi europei. Possiamo lavorare assieme con gli alleati Usa, nella Nato e al di fuori di essa, ma c’è bisogno che l’Ue esprima una visione e un’autonomia più forte, e che si faccia carico delle contraddizioni e delle opportunità che il Mediterraneo offre».

Avremo finalmente una Difesa Europea o rimane un sogno su carta?
«Il tema della Difesa Ue ha fatto passi avanti già nella scorsa legislatura europea. Ci sarà una riflessione strategica su questo tema. Noi non pensiamo ad una separazione dalla Nato o dagli Usa, pensiamo ad un ruolo, a una capacità di intervento dell’Ue, non solo di tipo militare, anche laddove non ci sia un interesse degli Usa. Ci tengo anche a sottolineare che noi abbiamo partecipato, come Italia, agli eventi per il 25esimo anniversario del Processo di Barcellona (la strategia comune europea per la regione mediterranea; ndr) che ha avviato la politica euromediterranea e abbiamo condiviso, soprattutto con la Spagna, un obiettivo di rilancio strategico di una politica verso il nostro vicinato meridionale. Abbiamo parlato di questo con il Commissario Olivér Várhelyi e la Commissione deve ora predisporre la nuova Politica di vicinato. Noi abbiamo presentato un nostro contributo in questa direzione, indicando la necessità di una partnership paritaria con i Paesi della sponda sud, su tanti temi dell’agenda, dall’immigrazione all’energia, dall’ambiente alle politiche per i giovani e le donne».

Turchia, un forte, stretto e strategico alleato dell’Italia. Eppure proprio quell’alleato è lo stesso che ha sbarrato, militarmente, la strada alla nostra piattaforma Eni e che ora mette a rischio i nostri interessi strategici, penso al gasdotto EastMed che, con Igi Poseidon, dovrebbe approdare proprio in Puglia, a Otranto. Quell’azione ha spinto Eni ad allearsi con Total. E oggi, proprio, alla luce della postura turca il Consiglio europeo sta valutando sanzioni come il congelamento dell’unione doganale. Questo avrebbe un impatto diretto, tra l’altro, anche su Taranto il cui scalo container è in concessione proprio ai turchi. Qual è la posizione dell’Italia su queste sanzioni?
«Noi riteniamo da sempre e sosteniamo che ci sia bisogno di un dialogo franco, costruttivo ed esigente con Ankara. Abbiamo condiviso e condividiamo con la Turchia alcuni dossier, per esempio quello della Libia, in cui noi siamo molto impegnati a sostegno del processo di dialogo politico guidato dall’Onu e dove abbiamo chiesto a tutti i protagonisti dell’area di sostenere questo processo, perché il futuro della Libia non può che essere nelle mani dei libici. Devono finire le interferenze delle potenze straniere. Su questo, ci sono segnali positivi ma anche fragilità. Perciò il nostro rapporto con la Turchia è importante: dobbiamo agire insieme per superare questo frangente e arrivare in Libia allo svolgimento di elezioni. Contemporaneamente, Ankara è anche in altri contesti in cui ha avuto comportamenti, una linea, che noi non condividiamo. Abbiamo criticato con chiarezza la tensione che le scelte turche hanno creato nel Mediterraneo orientale e abbiamo espresso non solo solidarietà a Grecia e Cipro, ma anche la necessità di superare queste tensioni con il dialogo. Qualsiasi escalation in termini di confronto militare, sarebbe un gioco in perdita per tutti, mentre è attraverso il dialogo che si può aprire la possibilità di condividere le risorse energetiche in quella parte del Mediterraneo, così da avere un gioco a somma positiva. Questo è il motivo per cui l’Italia è molto prudente nell’ipotizzare l’avvio di sanzioni. Poi, nei consessi europei, occorre raggiungere una posizione di consenso, quindi lavoreremo perché le decisioni da prendere vadano nella direzione giusta».

Oggi molti (inclusi Paesi a noi vicini come la Tunisia e, nonostante i casi dolorosi di Regeni e Zaky, l’Egitto) vedono l’attestarsi, molto corposo, della Turchia in Libia come un grave pericolo non solo per la Libia ma per i loro interessi ed equilibri. Sbaglio se dico che sulla presenza di Ankara in Libia ha pesato più che la “zoppia” europea, per citare Ciampi, il fatto che l’Italia non abbia ritenuto di potere o dover colmare il vuoto militare indicato dal presidente Fayez al-Sarraj?
«Penso che la vicenda libica sia molto trasparente: l’Italia non poteva e non può, perché la Costituzione lo vieta, sostenere militarmente il Governo di accordo nazionale libico. Noi lo abbiamo riconosciuto e abbiamo sostenuto gli sforzi che questo governo ha fatto. Ma, nel momento in cui c’è stato l’attacco militare di Haftar (il generale Khalifa Haftar controlla la Cirenaica; ndr), non potevamo che continuare a lavorare sul piano della diplomazia. Comprendo le ragioni di Sarraj che dice: “Abbiamo chiesto aiuto a tutti e ce l’ha dato solo la Turchia”. Ma penso che questo sia il risultato di un’Europa che non aveva una visione unitaria, che oggi invece c’è. Il Processo di Berlino è frutto di una maggiore unità dell’Europa che ha spinto tutti gli attori a mettersi sulla strada del superamento del conflitto armato. Non c’era una soluzione militare. Ci sono voluti mesi e mesi di combattimenti, con grandi prezzi pagati dalla popolazione libica, ma alla fine l’intero consesso internazionale è giunto alle nostre stesse conclusioni. Se l’Europa avesse avuto maggiore unità e una più forte voce in capitolo, avremmo forse avuto un ruolo minore della Turchia. Oggi dobbiamo avere un dialogo esigente con loro anche sulla vicenda libica, perché tutti devono sostenere il processo che si è aperto sotto l’egida Onu. Ripeto, alla base c’era la fatica dell’Ue a trovare una posizione unitaria sulla Libia. Ma oggi per fortuna c’è».

La Cina è un po’ un convitato di pietra - anche - nel Mediterraneo. C’è una evidente tendenza di vari Paesi ad assicurarsi gli scali strategici mediterranei (penso al porto del Pireo, ma anche a quello di Taranto). Lei pensa che questo approccio neoliberista vada rivalutato o è tendenzialmente favorevole alla cessione di sovranità in cambio di forti investimenti?
«La crisi del Covid ha reso ancora più attuale l’esigenza di un ripensamento delle regole del commercio globale e della globalizzazione economica. Abbiamo visto la necessità di ridefinire le aree regionali in cui si può lavorare insieme, delineando nuovamente le catene del valore e rilocalizzando alcune produzioni strategiche. Un Paese come l’Italia e un continente come l’Europa hanno necessità di un mondo in cui ci sia libertà di movimento delle merci, delle persone e del denaro. Non usciremo dalla crisi della pandemia con le piccole patrie, con i sovranismi. Nessun Paese europeo può pensare alla chiusura dei confini. Per questo attribuisco molta importanza al ruolo dell’Europa. Solo così, insieme, si può affrontare il dialogo con grandi potenze come la Cina, che è un attore globale. Condivido l’impostazione che hanno dato in questi mesi Josep Borrell (Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza; ndr) e Ursula von der Leyen (presidente della Commissione europea; ndr). Pechino è un possibile partner, un soggetto con cui collaborare. Vediamo anche che è un avversario sistemico, un sistema alternativo al nostro, e vediamo in essa un competitor. Dobbiamo guardare la Cina nella sua complessità e anche per quanto riguarda il Mediterraneo e gli investimenti in loco dobbiamo tenere presente il fattore sicurezza. Penso anche alla questione delle comunicazioni (al 5G). Contemporaneamente non credo si possa immaginare di non lavorare insieme alla Cina su alcuni dossier internazionali (pensiamo al tema della salute, dei vaccini, alla lotta ai cambiamenti climatici). Al tempo stesso, dobbiamo mantenere aperta la possibilità di chiedere parità di condizioni nel mercato globale, perché noi vogliamo difendere il sistema economico, le imprese italiane ed europee, e il mercato non può essere una giungla, dobbiamo ridefinire le regole del commercio mondiale e, quindi, solo l’Europa unita può far sentire la sua voce».
«Sui porti - conclude la viceministro - confesso che non ho piena conoscenza della questione. Faccio un ragionamento dal punto di vista della politica estera: agli investimenti corrispondono regole di mercato, se si effettuano attraverso regole corrette c’è una valutazione costi-benefici. Io non conosco esattamente la concessione di Taranto, ma per noi è una città strategica, e lo è se va in porto la questione Ilva. Il Governo italiano col presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è venuto a Taranto per farne un progetto di dimensione nazionale ed europeo, la più grande acciaieria europea. Il rilancio della siderurgia italiana passa da lì e, quindi, stiamo parlando di una realtà che deve essere al centro dell’agenda italiana ed europea. Il Recovery Plan, con la green economy, mette Taranto in una posizione importante. Dopodiché, se ci sono imprese turche o cinesi o americane o emiratine o arabe o qatarine, interessate ai nostri porti, penso che bisogna porsi una domanda: come noi impostiamo i rapporti con questi imprenditori stranieri? Non parlerei di cessione di sovranità. Loro devono entrare sulla base di regole trasparenti e condivise e mi sento di dire che questo sarà fatto. Altro è dire che rinunciamo alla sovranità. Stiamo solo parlando di investimenti stranieri».

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