Giovedì 26 Novembre 2020 | 05:46

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Pier Luigi Lopalco

Pier Luigi Lopalco, da ignoto docente di Igiene a Pisa a icona virale, ma non infettiva. Però non la invidio.
«E ha buone ragioni. Siamo in piena emergenza, è un momento difficile e soprattutto non c’è respiro, per me, per chiunque abbia un ruolo, compresi i cittadini che sentiamo al nostro fianco».

Ha paura? Il decreto del 25 ottobre sottintende che siamo quasi punto e capo.
«Paura non è la parola esatta, né può pronunciarla il professionista che osserva con occhio tecnico ciò che accade. La paura è l’ultima emozione che bisogna provare. Sono preoccupato. Molto preoccupato, questo sì. Sono come un agente di polizia nel corso di una rapina, sotto una tensione crescente che acuisce i sensi, carica di energie generando un intervento più efficace».

Chissà se ha pensato alla Puglia, guardando la rivolta di sere fa a Napoli.
«No, assolutamente. Nemmeno dopo questi ultimi provvedimenti dettati da Giuseppe Conte. I pugliesi hanno sempre dimostrato un atteggiamento gentile e solidale, attenzione alla prevenzione, la nostra arma. Escludo proteste di piazza. Senza dire che quella in Campania non mi è parsa una rivendicazione totalmente spontanea, un moto popolare e basta. Ho avuto l’impressione che altri abbiano tirato le fila di chi ha combinato quel macello per strada. Pure in totale lockdown tali posizioni oppositive non farebbero che acuire il danno e i disagi».

Finché non si ha veramente fame. E finché si sarà convinti che il Carognavirus non è un germe pilotato dalle multinazionali, come vuole certa vulgata popolare.
«Negazionisti, complottisti sono soggetti guidati da individui carismatici che su ampie masse credulone e disinformate speculano economicamente, anche. Sono fenomeni studiati e documentati. Le chiusure, le limitazioni per i cittadini sono una tutela estrema, non una condanna. Altri strumenti, al momento, non ne abbiamo».

Questa risposta sottintende come possibile un nuovo lockdown completo, non più calmierato. O è certo già?
«Vede, noi al lockdown non dobbiamo arrivare. L’attuale andamento pandemico permette ancora un intervento efficace sulle curve di contagio. E a prescindere dalle decisioni del governo, e nonostante l’ambivalenza di messaggi provenienti anche da medici illustri, la soluzione è in mano al cittadino. Noi monitoriamo i contagi, imponiamo regole, più o meno dure secondo necessità, ma questa seconda ondata può essere risolta soltanto da noi pugliesi, dagli italiani. E lo strumento principale che abbiamo è uno ed è semplice: limitare i contatti sociali. Ridurli al minimo, ottenendo così un vero effetto lockdown senza che il “chiudiamo tutto” e il “tutti a casa” siano stati decretati. Chi ieri incontrava dieci persone ora deve vederne tre. Così l’onda declina, rallenta il moltiplicarsi dei casi, portandoci in area salvezza fino a Natale».

Mentre chiudono cinema e teatri e vengono di fatto annientati locali, bar, palestre, ristoranti, ho già udito voci di carenza di posti Covid nel Policlinico di Bari, Taranto, altre sedi, ho letto un documento firmato che spero sia un falso. Senza contare che la sanità in generale da noi è pessima com’è sempre stata.
«Non è così. Non ci sono carenze di terapia intensiva e se pure ci fossero le assicuro che un posto si recupera in poche ore. Ricostruire una sanità, per di più emergenziale, in qualche mese è impensabile. Piuttosto, la vera mancanza è quella degli operatori indispensabili. Anestesisti, rianimatori. Anestesisti soprattutto».

Il virologo Carlo Perno ha detto che avete pensato troppo alle elezioni mentre il virus conquistava schiere nuove di asintomatici.
«Smentisco questa accusa, non corrisponde a verità. Anzi la verità è esattamente contraria. Medici, infermieri, studiosi, tutti sono stremati. Da marzo hanno smesso di vivere. Io non ho fatto neanche un giorno di ferie. Di più: non ho riposato mai».

Mi stupisce che il virus sia svanito a ridosso delle elezioni e sia poi ricomparso dopo che si è votato. Mi domando se sia politicamente schierato.
«Il virus è scomparso perché in estate ha lasciato di sé soltanto tracce. Non abbiamo inventato né occultato o reinterpretato nulla. Io stesso ho segnalato quei casi come inneschi, e tutti gli esperti hanno sempre indicato come periodo a rischio seconda ondata quello autunnale».

Un cartello di medici l’ha contestata. Sostenevano che non avrebbe messo piede nei reparti e che non conosce la macchina ospedaliera, essendo uno statistico, più che altro.
«Esistono l’infettivologo, che cura le malattie infettive ed è un clinico. Il virologo, microbiologo che studia in laboratorio il comportamento del virus. E l’epidemiologo, cioè io, un medico che però non mette mani sul paziente, ed esamina l’origine delle malattie e le cause che ne determinano la diffusione, la penetrazione su valutazioni anche ambientali, i mezzi di prevenzione, da cui l’importanza dei vaccini. Ma ho lavorato per vent’anni al fianco del professor Salvatore Barbuti; quella della ricerca è stata una parentesi foggiana. Sono stato sul campo. Conosco a fondo questa complessa realtà. Dal 2002 ero professore associato alla cattedra di Igiene a Bari».

E poi se n’è andato a prendere freddo in Svezia, lei cresciuto a Lecce e nato a Mesagne.
«Esatto. Ci trasferimmo a Stoccolma con mia moglie, sposata dopo un rapporto nato quand’eravamo ragazzi, e i due figli di 22 e 24 anni che studiano uno in Portogallo e l’altro in Olanda. Dal 2005 al 2015 ho lavorato per il Centro europeo di controllo e prevenzione delle malattie, prima di rientrare a Bari. L’anno seguente a Pisa sono diventato ordinario».

Qualche anno ancora ed è diventato un politico in camice bianco. Con Michele Emiliano direttore sanitario.
«Beh sì, ma non ci avrei mai pensato».

Dice?
«Dico».

Intanto, da quel posto in cui la torre ti cade sul cranio da un momento all’altro ha trovato il modo di rientrare in patria.
«E questo certo mi fa piacere, ci mancherebbe altro. Sono felicissimo. Ma non mi sono proposto, sono stato chiamato. Non so se è chiaro».

Come, perché, quando.
«Quando è scoppiata l’emergenza sono stato segnalato da alcuni colleghi a Emiliano, che cercava una persona di esperienza per fronteggiarla. Mi ha chiamato, abbiamo parlato senza mai incontrarci. Avevo ricevuto proposta analoga dalla Regione Toscana, ma di quella zona non conosco usanze, cultura, realtà territoriali, fondamentali per essere nel nostro mestiere efficaci. Così da Pisa sono piombato direttamente al posto di comando della task force a Bari. Ho preso un appartamentino che lascio nel weekend per raggiungere mia moglie a Lecce. Quando posso».

Vuol dire che del governatore fino ad allora non aveva visto manco la barba?
«Solo in videochiamata. Ci siamo incontrati di persona qualche settimana dopo il termine del lockdown».

E tosto il governatore ha sparato la bomba epidemica elettorale: Pier Luigi Lopalco, il Salvatore, Candidato fra i candidati.
«E anche questa è stata un’idea sua. Gli ho manifestato i miei dubbi, anzi, non avendo esperienza politica. Dissi: accetto soltanto per poter agire nel campo in cui potrei realizzare un miglioramento sociale. Assessore alla Sanità».

Detto fatto. Per poi infilzare la spada nel drago del contagio. E festeggiare con un concerto epocale, armato di Fender Jaguar, nella rock band di medici capitanata dal suo sodale Danny Sivo, Sound of garage, cantando «Heroes» per gli operatori sanitari sul piazzale del San Paolo di Bari. Ho pianto, soprattutto dalle risate. Mi avete fatto imBazzire con la bi, vi amo.
«Ah-ah-ah..! Beh, allora ne andiamo davvero fieri. È stato un gioco, oltre che un ringraziamento sincero a chi ha dato tanto. Spero che lei abbia colto una certa autoironia nella nostra esibizione. Poi io certo non sono un rockettaro: con il mio gruppo Canzoniere di Terra d’Otranto ho inciso il primo cd di musica popolare salentina, Bassa Musica, nel ’94, dando il via al fenomeno pizzica e taranta».

E questa non me la doveva dire, professor Lopalco, no che non me la doveva dire. Comunque siete stati pazzeschi. La prossima volta vi voglio in tour mondiale: Emiliano alla batteria, o al tamburo africano, e alla voce Cesare Veronico travestito da David Bowie, suo idolo al quale secoli fa somigliava.
«Va bene, ci sto, ci stiamo, è andata. Glielo prometto: appena anche questa seconda ondata pandemica si sarà infranta, appena saremo nuovamente liberi di gioire insieme e di suonare, il concerto ve lo facciamo in piazza. A reti unificate».

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