Giovedì 26 Novembre 2020 | 05:25

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L'inchiesta

Tensione Atene-Ankara, la Puglia rischia

Sanzioni Ue potrebbero travolgere Taranto. «Faro» dei Servizi sul porto. L’incognita Cina

Tensione Atene-Ankara, la Puglia rischia

Torna rovente la tensione internazionale nel Mediterraneo e la Puglia, «banchina» di Italia, Ue e Nato, amica di Mosca e con assetti strategici opzionati da turchi e cinesi, rischia di venirne travolta.

IL MACRO Il 16 ottobre il Consiglio europeo s’è chiuso senza approvare i duri provvedimenti chiesti dalla Grecia contro la Turchia. Dai 27 sono giunti sia l’invito ai due vicini-nemici di dialogare per trovare un’intesa sui confini marittimi e sullo sfruttamento di gas e idrocarburi sia un ammonimento alla Turchia: se non la smetterà di provocare lo Stato membro e creare instabilità, le sanzioni arriveranno. Per tutta risposta, contravvenendo alle richieste di Bruxelles, il presidente Recep Tayyip Erdoğan non solo ha rimesso in mare la nave per le prospezioni «Oruc Reis» (già accusata da Atene di gravi sconfinamenti e coinvolta in un pericoloso incidente tra vascelli greci e turchi), ma mercoledì ha emesso un avviso ai naviganti (Navtex) con cui prolunga fino al 27 ottobre le esplorazioni al largo dell’isola greca di Kastellorizo e, con le navi «Ataman» e «Cengiz Han», quelle a sud-est di Rodi. L’obiettivo è studiare i pozzi e poi perforare, chiarisce il ministro turco per l’Energia, Faith Donmez.

Sempre, mercoledì, mentre nel Pireo si acquattava una squadra della Marina militare russa (la grande nave anti-sommergibile «Vice-Ammiraglio Kulakov», la «Akademik Pashin» e la «Altai»), il premier greco Kyriakos Mistotakis è volato a Cipro. Per far fronte alle «fantasie imperiali» e ai «pericoli oggettivi» messi in campo dai turchi (parole di Mistotakis), il leader greco ha abbracciato a Nicosia l’arci-nemico di Ankara, il presidente dell’Egitto Abdel Fattah al-Sisi (con cui ha anche siglato un accordo sulla demarcazione di una Zona economica esclusiva comune), e il fraterno amico di Cipro, Nicos Anastasiades. I tre hanno deplorato il comportamento turco e denunciato una serie di violazioni anche piuttosto serie (come quelle a danno delle risoluzioni Onu su Cipro Nord, nella città costiera di Famagosta), ma hanno anche invitato Ankara a partecipare al tavolo di cooperazione, a patto che abbandoni la via della belligeranza. La «risposta» di Erdogan è agli atti in due nuovi avvisi ai naviganti. Deludendo chi (come la Germania) sperava in una de-escalation, la Turchia alza ancora il tiro e sostiene che la Grecia ha «violato il Trattato di Losanna del 1923» sullo stato di smilitarizzazione di ben 18 su 23 isole dell’Egeo tra le quali Lesbo, Chios, Samos, Icaria, Patmos, Leros, Kalymnos, Kos, Astypalaia, Nisiro, Rodi e, ovviamente, Kastellorizo.
Il momento è tanto delicato che ieri il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha voluto precisare che «evitare la perdita di vite umane è una responsabilità pesante che non può essere di esclusiva competenza dei capitani delle navi o dei piloti: spetta ai politici fare tutto il possibile per risolvere la situazione nel Mediterraneo orientale»,

IL MICRO La crisi Ankara-Atene ha l’immediata conseguenza di travolgere l’EastMed Poseidon, il gasdotto progettato per portare il gas da Israele fino a Otranto, tagliando fuori la Turchia. Ma, soprattutto, rafforza la possibilità che, al prossimo Consiglio europeo (a dicembre), i 27 possano mantenere la promessa e adottare le sanzioni - neutralizzate finora per la contrarietà di Germania e Italia - nei confronti di Ankara. Sul tavolo c’è già la richiesta di sospendere l’Unione doganale con i turchi. Una mossa ad alto potenziale offensivo nei confronti delle casse, assai in difficoltà, del governo turbo-islamista di Erdogan, ma anche una pericolosa incognita sullo sviluppo dell’Italia e della Puglia in particolare. A titolo di esempio, si pensi al progetto di rilancio di Taranto. Cosa accadrebbe allo sviluppo di porto e Zona economica speciale interregionale jonica, se scattasse la ritorsione Ue per le scelte di Erdogan?

Dopo una fase di assestamento, ora sta decollando l’attività della società turca Yilport Holding che, per il prossimo mezzo secolo, ha la concessione della gestione del terminal container della città. È di pochi giorni fa la notizia di uno special cargo marittimo al molo polisettoriale, con la nave «Isartal» - scrive Lojonio.it – che, dalla Turchia, ha portato nella città dell’acciaio «oltre 100 tubi dalla lunghezza di circa 13 metri e dal peso di 15 tonnellate» per la «Termocentro Srl» di Matera, che avrebbe optato per lo scalo jonico «soprattutto in virtù del collegamento diretto tra operatore del porto di partenza e di arrivo».

Val la pena anche di ricordare che sullo scalo è acceso un «faro» dell’Aise (il nostro Sistema di informazione per la sicurezza esterna), per via del fatto che Yilport è in società con la compagnia Cosco della Repubblica federale cinese. Ed è vero che l’Italia è l’unico Paese del G7 ad aver firmato il memorandum di adesione alla Belt and Road Initiative (Bri) e che Taranto era un perno delle nuove vie della seta, ma è anche vero che gli Usa di Donald Trump non hanno per niente gradito e la partecipazione della città è stata – per il momento – riconsiderata.

D’altro canto, i bene informati fanno notare che Pechino è in quel porto da 20 anni. Dal 2000 al 2015, dove ora c’è Yilport c’erano i cinesi del Gruppo Evergreen. E testimoni affermano che navi Nato attraccassero abitualmente da loro, per via del maggiore pescaggio.

Resta sullo sfondo, nebulosa, la definizione di quale potenza industriale (di quale area di influenza) finirà per scrivere il futuro dell’ex-Ilva ma, intanto, nei giorni scorsi il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) ha chiesto ai nostri 007 di approfondire l’ambito di un altro investimento tarantino, quello di Ferretti Group proprio nella vasta area portuale della ex-Belleli. La società, infatti, è all’85% della compagnia statale cinese Weichai Group.

Il sottosegretario alla presidenza, il senatore Mario Turco (tarantino, da molti indicato quale «regista» dell’operazione ex-Belleli), getta acqua sul fuoco: «Trattasi di una società leader mondiale che promuove il made in Italy, assolutamente italiana, il management è rimasto italiano, gli stabilimenti sono in Italia, i lavoratori sono in Italia, il know how è italiano. Non c’è nessun pericolo perché l’investimento è solido e arricchirà il territorio di Taranto e del Paese».

TIGRI E SCIMMIE E’ chiaro che, di fronte al confronto Usa - Cina, vale il saggio proverbio del presidente russo Vladimir Putin: «Quando le tigri litigano, le scimmie stanno sull’albero». Però, pur aggrappati ai rami, Taranto e la Puglia, qualche riflessione possono forse permettersela.

Può essere illuminante, in tal senso, proprio la citata presenza di navi militari russe in un porto, il Pireo, che è fisicamente greco ma operativamente più cinese che greco. In questi giorni, la società cinese Cosco Shipping è arrivata a controllare il 67% dello scalo giacché la Grecia, con la sua economia travagliata e il mega-debito pubblico, ha dovuto ampliare le concessioni (erano del 51%) e dato accesso privilegiato a Pechino ai settori energetici e infrastrutturali, in cambio di investimenti e più esportazioni. Atene è diventata la testa di ponte in Europa della Bri. L’Italia, lo sappiamo, è parte del disegno e ha gravi fragilità, che Covid acuirà.

Una possibile chiave di lettura viene dal barese, Antongiulio de’ Robertis, professore di Storia dei trattati e Politica internazionale a Bari, nonché vicepresidente del Comitato Atlantico italiano. «Sarebbe da ripensare – dice - questo entusiasmo per la “esternalizzazione” delle attività economiche del Paese. Infatti, ritenere che qualunque ingresso di capitali stranieri è un fatto positivo è il risultato di quella mentalità del neoliberismo che, secondo me, ha creato tanti disastri nel mondo. A cominciare dalla ideologia dei Clinton, e dico “dei”, o meglio ancora di cui i Clinton si sono fatti portatori».
Il problema non è che si dovrebbe essere più occhiuti, per lo studioso però: «Dovremmo tornare a una più corretta concezione del neoliberismo così come introdotta dopo la Seconda Guerra Mondiale e non alla sua degenerazione che ha subito nel Terzo Dopoguerra, dopo il 1991, con la dissoluzione dell’Urss».

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