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Covid-19 e Rsa, la storia: «Mia madre in una struttura, vorrei riportarla a casa ma sono costretta a tenerla lì»

«Nessuno ha avvisato noi parenti che l’«ammazza fragili» è arrivato nel luogo di cura. E la «scelta» mi tormenta. Non è umana»

anziano

Meglio restare orfani o attentare alla vita di un figlio? Preferisci esporre al rischio Covid tua madre che è ospite - a caro prezzo (soldi della famiglia e soldi pubblici) - in una Residenza socio sanitaria (Rssa) pugliese in cui si sono ammalati operatori, sanitari, nonni e disabili? Oppure preferisci tentare di salvarla, portarla a casa tua, cercare di convincerla a star buona buona in una mansarda con bagno, esponendo il tuo bambino all’alea di finire intubato, o peggio?

Sono ore che non penso ad altro. Da quando ho scoperto su Internet (nessuno ha avvisato noi parenti) che l’«ammazza fragili» è arrivato nel luogo di cura. E la «scelta» mi tormenta. Non è umana. È oltre. Perché, posto che il morbo non stia già covando dentro di lei, lasciarla lì può voler dire condannarla. D’altronde, portarla a casa vorrebbe dire attentare alla vita di innocenti. Se non un assassinio, un tentato omicidio di quanto hai di più caro. Mi viene la nausea mentre lo scrivo. È troppo. Uno strazio oltre le mie forze. Oltre le forze di chiunque abbia a cuore uno dei circa 10.000 ospiti di ospizi, Rssa e affini di Puglia. E allora, al bivio tra morte e morte, ti strappi il cuore e t’attacchi al cervello.

Dunque ragioniamo. Primo è lo stesso Ministero della Salute che, nelle linee guida Covid del 25 marzo, invita le famiglie a decongestionare il sistema: «L’assistenza domiciliare integrata è, quindi, la modalità privilegiata di intervento per rispondere ad esigenze complesse soprattutto degli anziani affetti da patologie croniche, poiché permette l’erogazione di prestazioni sanitarie favorendo il mantenimento del paziente nel contesto abitativo e familiare di vita quotidiana».
Molto bene, ma alle famiglie che fossero disposte a «immolarsi» si vogliono dare strumenti minimi? Prima di spedire il parente a casa lo vogliamo chiudere in una «bolla sanitaria» fino a esito di test del sangue e tampone? Vogliamo garantire un trasporto in ambulanza sterile a domicilio o si va tutti in 500 a prelevare il presunto positivo asintomatico?
No, non in Puglia. Qui posso andare a prendere mia madre, ma in modalità roulette russa giacché la Asl non le ha fatto nemmeno il tampone. È passata quasi una settimana da quando si è ammalato il primo operatore della struttura. «Da allora si stanno ammalando tutti, dai pazienti al geriatra, il direttore sanitario, la caposala», mi dicono quelli di loro che disturbo telefonicamente. Sono positivi e in quarantena a casa. Però a mia madre che è carica d’anni e problemi l’Asl non ha fatto il test. Perché? «Perché non ha sintomi». Capite come stiamo messi in questa Sanità delle cento regioni? Mi dicono in Rssa che non hanno fatto i tamponi neppure a tutto il personale. E non hanno messo a disposizione degli operatori un hotel o un B&B, come da citate direttive ministeriali. Così qualcuno, senza saperlo, avrà forse precipitato altre persone care e, da fare cento tamponi, ora magari ne faremo duecento, anche fuori di lì e post-mortem.

Ma torniamo al bivio. Portar via una persona da quell’inferno (nonostante il grande impegno di chi vi lavora, gli ospiti vivono chiusi in stanze non sterili e non singole), si può fare. «Alcuni l’hanno già fatto», mi dicono.
Però, una volta a casa, siccome i tamponi possono mentire oppure ci può essere stato un contagio successivo e, comunque, quella Residenza è un conclamato focolaio, devi segnalare il nuovo arrivato al medico di base che deve segnalarlo alla Asl e - questa la trafila illustratami - tu e tutti i membri della famiglia siete messi in quarantena. Molto bene, così manco hai portato a casa il tuo caro carico di acciacchi già in tempo di pace e ora sospetto untore Covid, che il sistema ti crea una nuova difficoltà. Far la spesa? Cavoli tuoi! Presidi? Cavoli tuoi!

Ok (si fa per dire) ma poi alla gestione socio-sanitaria quotidiana chi ci pensa? La «assistenza domiciliare integrata» in cosa si «integra»? «Chi» integra? Perché se studi i protocolli sanitari delle Regioni scopri che pure per la gestione dell’isolamento di un positivo asintomatico (bisognerebbe considerarci tutti così, fino a prova del contrario) l’Emilia Romagna non è la Puglia. Qui il sistema sanitario non ha qualcuno di formato e preparato da mandarti a casa in tenuta anti-Covid. Qui i medici di base non hanno presidi. Sei solo. E nessuno ti insegna a fare anche cose «banali», tipo docciare una persona senza inzuppare la mascherina. Qui il socio, il sanitario e l’integrato o sono solo parole da comizio o realtà per ricchi e te le paghi tu.
Abbiamo scelto di lasciarla in Rssa.
Perdonami mamma.

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