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Giustizia svenduta, pm Scimè: mai preso soldi, D'Introno mente e Savasta (ex pm) non è lucido

L'ex sostituto di Trani ora in servizio a Salerno smonta di anzi al gup le accuse del suo ex collega e dell'imprenditore sui 20mila euro

Giustizia svenduta, pm Scimè: mai preso soldi, D'InNtrono mente e Savasta (ex pm) non è lucido

BARI - Ha respinto con passione l’accusa di aver mai accettato denaro per truccare i procedimenti penali a carico di Flavio D’Introno, negando le due consegne di soldi che sarebbero avvenute a Barletta e a Milano. L’ex pm tranese Luigi Scimè ha parlato per due ore davanti al gup di Lecce, Cinzia Vergine, dove ha scelto l’abbreviato per rispondere di corruzione in atti giudiziari e dove ha smentito sia le confessioni dell’imprenditore di Corato, sia le parole dell’ex collega e coimputato Antonio Savasta: «Il dottor Savasta è in uno stato totale confusionale, non ha detto una sola cosa che abbia un senso perché lui è in uno stato confusionale ancora ora e basta guardarlo».

Scimè (con l’avvocato Mario Malcangi) è tuttora in servizio al Tribunale di Salerno. Il Csm ha rinviato al 20 marzo la decisione sulla sua eventuale sospensione, proprio per attendere il responso del processo che riprenderà il 20 gennaio con le richieste della Procura di Lecce. L’ex pm è accusato di aver preso 20mila euro, per ammorbidire le richieste di condanna nel processo Fenerator (usura) a carico di D’Introno e per archiviare le indagini sugli incendi nelle ville dell’imprenditore di Corato, così da consentirgli di incassare il risarcimento dell’assicurazione. In più gli viene contestato di aver apposto il «visto» alla richiesta di sequestro delle cartelle esattoriali di D’Introno preparata da Savasta, così da evitare che fosse vagliata dall’allora capo della Procura di Trani.

D’Introno ha raccontato di aver consegnato una busta con 10mila euro a Scimè a Milano, ma senza riuscire a collocare l’episodio nel tempo (ha indicato tre possibili periodi in un arco di quattro anni) né il motivo del pagamento. «Io non ero a Milano - ha detto il magistrato -, ci sono le prove documentali. Non ero a Milano, dopodiché se la cosa è avvenuta per via mentale...Un magistrato di vent'anni non compie l'errore di andare in piazza Duomo da una persona sconosciuta dove ci possono essere centinaia di persone che ti fanno una foto di nascosto a prendere una busta così nel negozio Autogrill. Andate un primo maggio o un novembre a Piazza Duomo e mettetevi non sulla Piazza Duomo, ma a lato della Piazza Duomo e vedete se riuscite a vedere all'interno nel negozio Autogrill». D’Introno ha raccontato che si trovava a Milano insieme a un suo amico, un certo Riganti, che ha confermato. «È un soggetto che io - ha replicato Scimè - avevo arrestato per associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina pochissimo tempo prima di quando lui ha reso quelle dichiarazioni».

Per quanto riguarda i 10mila euro di cui ha parlato Savasta, Scimè ha battuto sulle contraddizioni del racconto. «La causale dei 10 mila euro non è stata chiarita, non si capisce perché me li avrebbe dati. Nell'interrogatorio del 29 gennaio 2019 senza nessun dubbio lui parla di questa dazione per il fascicolo cosiddetto Frualdo (una denuncia di D’Introno contro due testimoni, ndr). (...) Invece nel successivo interrogatorio che fa Savasta il 19 marzo 2019 (...) diventa quasi pacifico, quasi naturale, quasi normale che tutta questa storia dei 10 mila euro, l’unica storia dei 10 mila euro, viene collegata a un altro fascicolo completamente, totalmente diverso che è quello Fenerator (le accuse di usura a D’Introno, ndr)». Su Fenerator, l’accusa è che Scimè avesse concordato la requisitoria con Savasta in un incontro sul terrazzino di casa dei genitori di quest’ultimo. «E in realtà io non conclusi per l’assoluzione, conclusi per 3 anni di reclusione e peraltro l'ipotesi accusatoria (della Procura di Lecce, ndr) è quella per cui questi reati per i quali io dovevo concludere sono reati di facile prescrizione, si sarebbero prescritti a breve (...). Si sono prescritti perché è durato 2 anni e mezzo il procedimento in Corte d’Appello».

Infine, la questione del «visto» per il sequestro delle cartelle esattoriali chiesto da Savasta. «Aveva solo una funzione informativa - dice Scimè - e non era legittimante. Io lo dovevo mettere, perché non c'erano i presupposti per non mettere quel visto. Quel giorno che ero solo in ufficio ne avrò messi dieci di questi visti, nella mia vita professionale ne avrò messi duemila...».

Mentre l’abbreviato davanti al gup (dove c’è anche Savasta) riprenderà a gennaio, mercoledì in Tribunale verranno ascoltati come testimoni nel procedimento ordinario contro l’ex gip Michele Nardi gli ex capi della Procura di Trani. Ma non è secondario quello che il gup deciderà su Scimè, perché sarà il primo vaglio sull’attendibilità dei racconti di D’Introno (e di Savasta) su cui si basa l’intera inchiesta di Lecce.

MA RIGANTI E' STATO ASSOLTO - Il pm Scimè «incorre in una gravissima inesattezza quando menziona Riganti come "soggetto che egli ha arrestato.... pochissimo tempo prima di quando lui (Riganti)  ha reso le dichiarazioni nel processo penale che lo riguarda"». Lo precisa l'avvocato Anna Riganti, difensore dell'imprenditore Pietro Riganti che ha testimoniato sulla presenza di Scimè a Milano: «La sentenza di assoluzione con formula piena emessa nel dicembre 2018 aveva restituito all'imprenditore la dignità, l'onore la reputazione che aveva perso per effetto del processo penale iniziato con le indagini preliminari del 2012». «Il Riganti, in qualità di persona informata sui fatti - prosegue il legale dell'imprenditore -, ha reso le dichiarazioni cui fa riferimento il Pm a maggio e ad agosto 2019, successivamente, a novembre 2019, in qualità di testimone dell'accusa, ha confermato tali dichiarazioni, mentre l'arresto rievocato dal Pm non è avvenuto (come sostenuto dal PM) pochissimo tempo prima delle dichiarazioni (che sono del 2019) ma è avvenuto nel 2012 ovvero 7 anni prima».

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