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Non solo acciaio, a Taranto un assedio lungo 137 anni

Nel 1882, appena 25mila abitanti, e la più grande base navale del Paese

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TARANTO - Che cosa succede se ArcelorMittal abbandona la gestione del centro siderurgico ex l’Ilva di Taranto? A questa domanda sappiamo senz’altro rispondere. Studiosi, sindacalisti, politici ed economisti l’hanno spiegato: l’Italia dovrà rinunciare a un produttore di acciaio che vale (dati Svimez) fra i tre e i quattro miliardi di Pil e Taranto a un’azienda con 8.200 dipendenti, più i 5.000 di un indotto calcolato su scala regionale (dati Confindustria Taranto). I dipendenti in realtà salgono a 10.700 considerando l’intero gruppo industriale, quindi anche Novi Ligure e Genova.
Poiché l’ex Ilva è un’azienda strategica per l’economia nazionale, negli ultimi sette anni dodici decreti varati da quattro diversi governi sono serviti a tenerla in funzione rendendo Taranto un caso unico. Così se a Genova altiforni e cokerie sono stati chiusi nel 2005 perché dannosi per la salute, qui impianti dieci volte più grandi sono ancora in attività, benché le stesse autorità sanitarie pubbliche abbiano confermato in più circostanze – l’ultima a giugno scorso con il ministro della Salute Giulia Grillo – l’anomala incidenza di gravi patologie sulla popolazione. Tutto qua, anzi no. Senza acciaierie, Taranto si ritroverebbe in una grave crisi economica locale affondata all’interno di uno scenario economico recessivo.

Ma una seconda domanda dovremmo rivolgerci: e se ArcelorMittal resta? Facciamo conto che il governo e la società franco-indiana raggiungano una nuova intesa per garantire la prosecuzione dell’attività produttiva, quindi lo stabilimento ex Ilva resta aperto, continua a produrre e ad attuare il suo “piano di ambientalizzazione” per rendere – se fosse mai possibile – una fabbrica gigantesca compatibile con la città. Mettiamo che si riesca perfino a trovare una soluzione al “problemino” di uno dei suoi tre altiforni oggi in funzione, cioè Afo2, di cui il giudice ha recentemente disposto lo spegnimento per inosservanza delle prescrizioni imposte dopo l’incidente in cui nel 2015 morì l’operaio Alessandro Morricella. Se questo avverrà, sarà tutto risolto? Per ArcelorMittal sì, almeno temporaneamente; per Taranto no. Lo si può comprendere volgendo lo sguardo alla storia e alla carta geografica. Le mappe di Google ci aiutano a comprendere che cosa sia la città di cui si parla tanto da anni ignorando tuttavia quanto inedita, singolare e per molti versi unici siano gli eventi da cui deriva la sua attuale conformazione. Taranto è una realtà compressa dalle servitù militari e industriali alle quali ha adeguato da tempo la sua vita. Negli ultimi 130 anni, subordinando il suo disegno urbanistico alle “esigenze superiori” dello Stato, si è curiosamente sviluppata per sottrazione, subendo due poderose industrializzazioni pubbliche.

Quando, nel 1882, lo Stato italiano decise di impiantarvi l’Arsenale militare e la più grande base navale militare del Paese, Taranto – neppure 25mila abitanti - cedette un pezzo di affaccio a mare sul Mar Piccolo. Pressappoco novanta ettari vennero destinati all’insediamento con cui la Difesa mise radici nella città, trasformandola nel più importante avamposto militare del Paese. La cittadella militare fu isolata dall’abitato con un muro alto sette metri, diventato da allora l’ingombrante e familiare “muraglione”. Una rilevante porzione della città venne sostanzialmente requisita, comprese le isole Cheradi, San Pietro e San Paolo, 121 ettari. La nascita dei cantieri Tosi creati nel 1914 si portò via altri 15 ettari di litorale. Ma in anni recenti la Marina Militare ha allargato la sua presenza al Mar Grande, dove nel 2004 è stata inaugurata la nuova stazione navale, 267 ettari. Il “muraglione” si è perciò allungato: misura otto chilometri. Oggi la Marina occupa una estensione di 950 ettari e occupa all’incirca 15mila persone. Sulla mappa possiamo osservare un altro insediamento militare: è il centro addestramento dell’aeronautica, anche questo lungo la costa del Mar Piccolo. È contorno, in fondo. Questa è stata la prima industrializzazione.
La seconda, cominciata nel 1960, si è portata via, con la nascita dell’Italsider (diventata in seguito Ilva, poi venduta al Gruppo Riva nel 1995, infine passata a ArcelorMittal nel 2018), poco più di 1500 ettari, cancellando vigneti, uliveti, masserie. Ai quindici chilometri quadrati si sono aggiunti quasi contestualmente i 275 ettari della raffineria e i 31 del cementificio Cementir.
La città si è ristretta ancora un po’ nel 1993 quando il quartiere periferico di Statte si è staccato per secessione diventando un comune autonomo, portandosi dietro altri 93 chilometri quadrati di cui cinque di centro siderurgico. Perdendo via via pezzi di territorio, la città è diventata quel che è attualmente, con i suoi 250 chilometri quadrati – al lordo di fabbriche e caserme - e 197mila abitanti.
Domandiamoci: quale futuro ha una città del genere, circondata, addirittura assediata da servitù industriali e militari? Come può programmare qualunque cosa?

Ecco perché, in entrambi gli scenari – cioè sia che ArcelorMittal vada via, sia che resti a gestire l’ex Ilva - Taranto ne esce male. Senza il centro siderurgico che ne ha determinato la vita insieme alla Marina Militare, non saprebbe che pesci prendere. Non ha alternativa. Abituata a subire gli eventi - mai a indirizzarli verso un progetto sensato - non ha mai pensato a costruirla. Ne esce male anche rimanendo a convivere con un centro siderurgico più grande dei suoi principali quartieri, uguale nella sua struttura a quello pensato, progettato e realizzato oltre mezzo secolo fa. Sarà costretta a convivere e a subordinare la qualità della vita e il suo sviluppo a una fabbrica enorme, i cui grandi numeri, legati alle dinamiche del mercato e alle esigenze di un privato (prima Riva, oggi Mittal), determineranno ancora le scelte (o le non-scelte) sul futuro. È una mega fabbrica priva ormai di quel consenso che aveva quando nacque e quando raggiunse la vetta di oltre trentamila metalmeccanici in un boom economico italiano amplificato da un proprio fantastico boom territoriale: tra il 1960 e il 1970 il reddito salì del 374 per cento contro il 269 per cento del resto dell’Italia. Ma oggi il più grande centro siderurgico a ciclo integrale d’Europa è un record di cui sempre meno abitanti si sentono orgogliosi. I tempi cambiano, le nuove generazioni avanzano, ma hanno altri sogni, non sentono di appartenere al mondo che accolse gioiosamente l’Italsider come simbolo di modernità. Chiunque gestirà la vecchia Italsider dovrà mettere nel conto di doverlo fare in un clima completamente diverso: indifferente, diffidente, spesso ostile. Eppure l’Italia, ci ricordano i politici di tutti gli schieramenti, ha bisogno di acciaio. Lo dicevano anche nel 1959, quando lo Stato decise di costruire l’Italsider. Sono passati sessant’anni. Siamo ancora fermi lì.

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