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L'intervista

Grassi: «Bisogna desecretare atti su strage 1980 a Bologna»

Grassi: «Bisogna desecretare atti su strage 1980 a Bologna»

Parla Gero Grassi, ex commissione d'inchiesta su Aldo Moro

01 Agosto 2019

Michele De Feudis

«Bisogna desecretare gli atti sulla strage di Bologna. Per rispetto ai defunti, tra cui ben sette baresi ricordati da una lapide presente sul Palazzo di città, e per gli imputati e i condannati per una storia così tragica». Gero Grassi, ex deputato del Pd, già componente della Commissione Moro, chiede di fare luce su una delle pagine più nefaste della Repubblica, quella della bomba nella stazione emiliana del 2 agosto. Per l’eccidio sono stati condannati Valerio Fioravanti e Francesco Mambro (ma c’è un trasversale fronte innocentista) mentre è in corso a Bologna un processo nel quale è impuntato l’ex Nar Gilberto Cavallini.

Pier Paolo Pasolini usava la formula retorica: «Io so...». Grassi, cosa può emergere su Bologna?
«Da membro della Commissione d’inchiesta Moro, sono tenuto al segreto di Stato sugli atti che ho potuto consultare su quella vicenda. Non potrei dire nulla né in tribunale e né in una sede parlamentare».

Da dove si parte allora per avvicinarsi alla verità?
«C’è una desecrezione totale con il governo Renzi sugli atti del terrorismo. Ci sono atti che si intersecano caso Moro e Strage di Bologna. L’autorità proposta ha stabilito che alcune carte non divengano pubbliche, perché mettono in pericolo l’incolumità della nazione».

Dopo 39 anni, quanto è importante ricostruire una piena verità?
«Bologna arrivò dopo la strage di Ustica e dopo la morte di Aldo Moro. Il tributo di sangue di Bari fu straziante. La famiglia Diomede Fresa fu dilaniata, si salvò solo la figlia rimasta a Bari quel giorno. A distanza di 39 anni si impone una revisione di giustizia».

Qual è l’anomalia?
«Dopo lo scoppio, il presidente del Consiglio Francesco Cossiga accusò i neofascisti. Poi, quando era al Quirinale, chiese scusa a Giuseppe Tatarella, allora capogruppo del Msi, e disse che era una vicenda internazionale. E aggiunse: “Fui depistato dai nostri servizi”. Il magistrato Mancuso dice che il depistaggio su Bologna iniziò qualche minuto dopo la strage. Il depistaggio di Moro iniziò subito dopo, come per Ustica e Borsellino: queste stragi dunque hanno limiti che non abbiamo ancora definito».

Chi firma il depistaggio su Bologna?
«Non i giornalisti. Lo fa qualcuno del governo, dei servizi o delle forze armate. Perché questi depistaggi? Chi si vuole coprire? Perché si accusano i fascisti?».

Anni di misteri…
«L’Italia nel 1980 si trovava al centro di complotti, spie… Ora è stato recuperato un interruttore tra le macerie della stazione: è incompatibile con la bomba messa lì. Allora potrebbe darsi che quell’ordigno non dovesse esplodere, ma fosse “di passaggio”».

Che chiave di lettura interpretativa propone?
«Cossiga per la bomba di Bologna cita il “lodo Moro” con disprezzo nei confronti dello statista di Maglie: è un accordo tra Italia e irredentisti palestinesi dove si consente ai combattenti in guerra con Israele di far passare, sul nostro suolo nazionale, armi dietro preavviso ai nostri servizi segreti. Cossiga evoca il “lodo Moro” per dare una pista, mentre sui condannati Mambro e Fioravanti, dice, con linguaggio criptico, che sono estranei alla strage».

Cosa cambierebbe la diffusione di questi documenti?
«È un atto che chiuderebbe un capitolo nefasto per l’Italia».

Potrebbe causare sussulti nella politica internazionale italiana?
«Certamente. Ma bisogna decidere cosa far prevalere: la verità o la ragione di Stato?».

Chi può materialmente dare il via libera alla desecretazione?
«Il premier Conte, con il parere favorevole dell’Aise».

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