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Quella di Bari è stata una toccata e fuga. Perché il fascicolo sui magistrati aperto nel capoluogo, nato da uno stralcio inviato dalla Procura di Lecce, è stato rimandato al punto di partenza. Nell’inchiesta, che parte dalle dichiarazioni di Flavio D’Introno, l’imprenditore di Corato che ha raccontato dei due milioni di euro dati all’ex gip Michele Nardi e all’ex pm Antonio Savasta per truccare fascicoli penali, ci sarebbero infatti almeno altri tre giudici che potrebbero aver preso o preteso denaro.

È stato lo stesso D’Introno a raccontare, durante l’incidente probatorio davanti al gip Giovanni Gallo, di essere stato interrogato a Bari «su altri magistrati». Al plurale. Ad interrogare l’imprenditore, che sostiene di essere stato costretto a pagare senza mai aver ricevuto nessun favore, è stato nelle scorse settimane il procuratore di Bari, Giuseppe Volpe. La decisione di rimandare le carte a Lecce, dunque, sarebbe nata proprio per via del coinvolgimento di altri magistrati in servizio nel circondario della Corte d’appello di Bari.

Uno è, appunto, Domenico Seccia, ex pm a Trani e Bari, poi procuratore a Lucera e Fermo, prima di approdare come sostituto pg in Cassazione nell’agosto del 2018. Seccia è stato anche il giudice tributario che si è occupato come relatore in Commissione tributaria provinciale dei ricorsi presentati da D’Introno tra 2009 e 2010 contro alcune cartelle esattoriali. Ricorsi che furono accolti in primo grado, ma la decisione venne poi ribaltata in Commissione tributaria regionale e in Cassazione, tanto da indurre D’Introno a rivolgersi a Savasta per ottenere il sequestro penale delle cartelle e impedire così che venissero eseguite dall’Agenzia delle Entrate. Ma insieme a Seccia ci sarebbero altri giudici cui D’Introno avrebbe raccontato di aver dato altri soldi per ottenere favori in una diversa fase giudiziaria.

E in tutto questo, insieme ad altri tre professionisti, avrebbe avuto un ruolo anche il commercialista Massimiliano Soave, quello che Savasta nell’udienza di martedì ha definito «il tramite della famiglia D’Introno per arrivare a Seccia» ma che, secondo la prospettazione dell’imprenditore, potrebbe aver fatto da tramite anche con altri giudici. «I rapporti con il dottor Seccia sono stati orientati sempre alla massima correttezza e serietà professionale - dice l’avvocato Antonio La Scala, legale di Massimiliano Soave -. Per quanto concerne il D’Introno, Soave è stato suo difensore nel contenzioso tributario a fronte del quale è stato retribuito e ha emesso regolare fattura nell’immediatezza».

I nomi di Seccia e Soave erano già emersi nei primi interrogatori sostenuti da D’Introno davanti alla Procura di Lecce, ma erano stati coperti da omissis proprio per non pregiudicare gli ulteriori accertamenti. Che non riguarderebbero, a quanto sembra, solo il contenzioso tributario. Sono state le domande effettuate dalle difese (e martedì anche dalla Procura) in sede di incidente probatorio a far emergere i due nomi, rendendo evidente che Seccia e Soave avrebbero avuto un ruolo e che su di loro sono in corso indagini. Approfondimenti che sono dunque tornati a Lecce, salva la possibilità che alcune carte possano approdare alla Procura di Genova, competente per i magistrati del circondario di Roma, come lo era Nardi al momento dell’arresto.

Un altro filone di indagine riguarderebbe invece le minacce che D’Introno dice di aver ricevuto il 4 febbraio da un noto avvocato di Barletta, mentre si trovava all’interno del Tribunale di Trani. «Seccia ti vuole morto», è la frase che l’avvocato gli avrebbe riferito. Ma non sono le parole in sé. Il motivo dell’interesse della Procura di Lecce per quella denuncia di D’Introno è stato spiegato, nel corso dell’udienza dell’incidente probatorio del 28 maggio, dallo stesso pm Roberta Licci. «[D’Introno] Riferisce che si è spaventato perché il giorno dopo, dopo essere stato sentito dal pubblico ministero che era sabato, va a Trani e era lunedì e già sostanzialmente si sapeva e si è spaventato perché ha avuto un’ulteriore conferma del fatto che sostanzialmente tutti sapevano quali erano le mosse».

D’Introno era stato interrogato a Lecce il sabato 2 febbraio, e 48 ore dopo qualcuno aveva già saputo cosa era stato detto. «Perché nel primo interrogatorio fatto ai Carabinieri di Barletta - ha detto D’Introno sempre il 28 maggio, a domanda del gip Gallo - io parlo di questo magistrato (Seccia; ndr), poi non se ne parla più e quindi questo avvocato mi parla sempre di questo magistrato dove sono stato sentito presso la Procura di Bari». «E lei si spaventa perché?», incalza il gip. «Perché [l’avvocato] è a conoscenza del fatto che il sabato avevo fatto l’interrogatorio dove avevo detto tutti i fatti come stavano e alle 36 ore già si sapeva e mi sono spaventato». Un ennesimo giallo nel calderone di questa brutta storia.

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