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Sei bottiglie su 10 contengono prodotto importato. Gli esperti: attenti se il prezzo di vendita è troppo basso

Puglia, anno nero  per l’olio extravergine: cancellato dalla crisi

BARI - Il lungo fiume giallo-verde si gonfia sempre più e c’è il rischio che rompa gli argini. Le esportazioni di olio extravergine (non sempre) verso l’Italia - grazie anche al colpo assestato al settore pugliese dalla Xylella fastidiosa, la batteriosi killer degli ulivi, che in alcune aree ha azzerato la produzione regionale - raggiungono livelli di guardia. Insomma, Africa e Spagna giocano a porta vuota. E miscelazioni e adulterazioni s’impennano.
Che nessuno demonizzi la globalizzazione, il libero scambio, a patto però che i prodotti importati dall’estero non vengano spacciati per made in Italy. Olivicoltori e frantoiani seri devono travestirsi da Maradona e compiere dribbling da manuale tra importazioni selvagge, semafori rossi e aste al doppio ribasso, con regole spesso violate o mai appieno rispettate.

Un po’ di numeri. La Puglia detiene un patrimonio di 60 milioni di ulivi su una superficie di 383.650 ettari, con una Plv (produzione lorda vendibile) del settore olivicolo-oleario pari al 20% della totale Plv dell’agricoltura in toto, per un valore di oltre 700 milioni di euro. In Puglia si produce oltre il 50% dell’olio extravergine made in Italy. Eccezion fatta per la campagna olivicola-olearia 2018/2019 che sarà di certo ricordata come la peggiore degli ultimi 25 anni.

Parlare di crac non è una esagerazione, considerato che la produzione ha toccato il fondo del 65% (con punte fino all’85%) di perdite di olive e olio. Le cause? Le gelate del febbraio 2018, i tornado di ottobre e la piaga della Xylella fastidiosache ha più che dimezzato il patrimonio olivicolo salentino.
«Con l’addio a 6 bottiglie di extravergine made in Italy su 10 sugli scaffali dei supermercati, per effetto di una delle peggiori campagne olivicole che io ricordi, sono aumentate, come era prevedibile in misura straordinaria le importazioni di olio», denuncia Savino Muraglia, presidente di Coldiretti Puglia. «Non ci stiamo più. Noi produttori pugliesi offriamo ai consumatori oli di eccezionale qualità, giudicati i migliori al mondo, stiamo affinando le tecniche di marketing, stiamo lavorando su packaging e immagine, stiamo dando lustro ad un settore esposto alle scorribande di chi non ama l’olivicoltura pugliese, non ama il territorio, non tiene alla cultura dell’olio, ma solo al lucro», insiste Muraglia.

Da dove arriva l’olio straniero? Al top della classifica dei Paesi da cui importiamo di più ci sono Marocco e Spagna. Dal Paese nordafricano, secondo i dati Istat, nel 2019 abbiamo importato l’859% in più rispetto all’anno precedente, dalla Spagna “solo” il 36% in più in termini di valore in euro. Se ragioniamo di quantità, la percentuale aumenta ancora, considerato che l’import dal Marocco segna un aumento del 1.293% e dalla Spagna un incremento dell’83%.

Dove va a finire? «Non si sa. Però, applicando fino in fondo leggi e provvedimenti, magari il mistero sarà dissipato. Finalmente è caduto il segreto di Stato sui prodotti stranieri che arrivano in Italia ed è una opportunità determinante che va sfruttata appieno - ricorda Muraglia - grazie allo storico pronunciamento del Consiglio di Stato del 6 marzo 2019 sull’accesso ai dati. Un risultato storico per la Coldiretti che ha sollecitato il pronunciamento, dopo la richiesta al ministero della Salute, per mettere fine all’inganno dei prodotti stranieri spacciati per italiani, ma anche per consentire interventi più tempestivi in caso di allarmi alimentari che provocano gravi turbative sul mercato ed ansia e preoccupazione nei consumatori, a fronte all’impossibilità di conoscere la provenienza degli oli».

Come difendersi? Primo consiglio per scegliere vero olio extravergine made in Italy è diffidare dei prezzi troppo bassi. I conti sono presto fatti. La bottiglia base in vetro, la Marasca o la Dorica, costa 0,45 euro + Iva, il tappo normale 8 centesimi + Iva, il tappo antirabbocco 15 centesimi, l’etichetta 20 centesimi. Solo per la bottiglia vuota, con i costi di imbottigliamento, la spesa è di oltre 1 euro. Il prezzo minimo dell’olio extravergine di oliva, secondo le rilevazioni della Borsa merci della Camera di Commercio di Bari dell’11 giugno scorso, è di 5,20 euro al chilo. Una bottiglia di «olio» venduta sugli scaffali della grande distribuzione a 2,50-3 euro è assai improbabile che possa contenere un liquido legato da un rapporto di parentela alle olive.

Quindi, bisogna fare attenzione ai prodotti venduti a meno di 7-8 euro al litro. Occorre analizzare con attenzione le etichette, acquistare oli sulla cui etichetta è con trasparenza indicato che sono stati ottenuti al 100% da olive italiane. È opportuno acquistare direttamente da aziende olivicole o da frantoiani che fanno della tracciabilità il fiore all’occhiello aziendale.
«È necessario rivedere e modificare il protocollo d’intesa presentato alle associazioni dal ministero dello Sviluppo economico e finalizzato a bloccare la vendita delle bottiglie di olio extravergine d’oliva dotate del tappo antirabbocco con biglia», insiste David Granieri, presidente di Unaprol, Consorzio olivicolo italiano. «Come è noto, la legge 161/2014 prevede che nei pubblici esercizi l’olio debba essere presentato in contenitori etichettati e dotati del tappo antirabbocco in modo che il contenuto non possa essere modificato. Una norma, purtroppo in molti casi non rispettata, che mira a tutelare il consumatore dal rischio di frodi e a valorizzare le produzioni nazionali. È fondamentale avviare un programma straordinario di controlli che renda efficace ed effettivo l’obbligo previsto dalla legge. I tentativi di manomissione di questo strumento - aggiunge - e le conseguenti sofisticazioni del prodotto dimostrano la necessità di intervenire con tempestività. La pericolosità, infatti, nasce - conclude Granieri - solo al momento della manomissione del meccanismo di sicurezza ed è quindi legata a un uso improprio».

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