Lunedì 27 Maggio 2019 | 13:00

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Il caso di Ostuni

«Rolex falsi, il gioielliere tentò di cancellare le prove»

Un rivenditore barese si era accorto di aver acquistato patacche dal gioielliere Pannofino: era poi stato rimborsato, ma in contanti

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Un notissimo rivenditore della provincia di Bari si era accorto di avere comprato dei Rolex fasulli da Giuseppe Pannofino, il gioielliere di Ostuni arrestato ad aprile del 2008 con l’accusa di aver messo in piedi un traffico di orologi taroccati. E dopo una lunga trattativa sarebbe stato rimborsato, sì, ma in contanti. È da questo episodio che a gennaio scorso è scattato il secondo arresto per il titolare della gioielleria «Lo Scrigno». Una storia che emerge solo oggi (Pannofino è tornato libero il 9 marzo, a seguito della revoca disposta dal gip di Brindisi) dopo la pubblicazione delle motivazioni con cui la Cassazione ha respinto l’appello della difesa contro l’ordinanza del Riesame che aveva disposto i domiciliari anche per l’accusa di riciclaggio e autoriciclaggio.


La vicenda risale alla scorsa estate, quando il gioielliere di Ostuni (che nel frattempo ha dismesso ogni carica all’interno dell’attività commerciale) era stato rimesso una prima volta in libertà dai domiciliari con il solo obbligo di dimora. Le indagini, però, non erano concluse. E appena una settimana dopo, il 24 agosto, il pm Raffaele Casto ha chiesto un secondo arresto in carcere. Cosa era accaduto? Che la Procura aveva ascoltato sia la persona offesa, un gioielliere del Barese (la cui posizione è ora al vaglio) l’avvocato di quest’ultimo, a proposito della transazione per il riacquisto degli orologi falsi. La transazione era iniziata con uno scambio di mail tra i rispettivi legali. Ma l’uomo e il suo avvocato, sia pure con modalità che la difesa del gioielliere ostunese contesta, avrebbero sostanzialmente confermato anche i contatti avvenuti con il figlio del Pannofino. Circostanze che avrebbero convinto la Procura del rischio di inquinamento delle prove (far sparire una serie di orologi falsi, così da alleggerire gli indizi a carico), e della necessità di contestare al gioielliere di Ostuni anche una ulteriore ipotesi di autoriciclaggio aggravato.


L’inchiesta, denominata «Frankenstein» come gli orologi Rolex venduti da Pannofino e realizzati - secondo l’accusa - assemblando pezzi di provenienza diversa era nata a marzo 2017 per iniziativa della Finanza di Brindisi e nell’aprile di un anno fa aha portato a sei arresti (uno in carcere e cinque ai domiciliari). Il numero degli indagati, nel frattempo, è cresciuto e potrebbe aumentare ancora. A febbraio la Procura ha sottoposto a incidente probatorio Egidio Stevens Saracino, 37 anni, di Taranto, il pregiudicato che era finito in carcere e che è accusato di aver fornito a Pannofino (con cui pure non si era mai incontrato di persona) i pezzi per assemblare i Rolex, recuperandoli attraverso fornitori nel Napoletano. Le dichiarazioni di Saracino, cristallizzate nel confronto avvenuto davanti al gip, secondo l’accusa avrebbero confermato che Pannofino era perfettamente consapevole di aver venduto orologi contraffatti. Una lettura che la difesa del gioielliere (l’avvocato Francesca Conte di Lecce) ha fermamente respinto: «Pannofino - ha detto - è anche lui parte offesa avendo subìto, suo malgrado ed in assoluta buona fede, danni economici e di immagine».


La gioielleria «Lo Scrigno» è stata per anni un riferimento molto noto in Puglia, in particolare per l’acquisto degli orologi Rolex. Dopo la notizia degli arresti, la Finanza di Brindisi è stata raggiunta da decine e decine di segnalazioni di acquirenti che temevano di aver acquistato «patacche» dopo aver creduto di aver fatto un affare. In alcuni casi, il sospetto è stato confermato dagli ispettori della casa svizzera. E più d’uno, secondo l’indagine, avrebbe cercato di ottenere i soldi indietro dal gioielliere di Ostuni

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