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Puglia, sanità in ordine ma i tagli continuano: gli ospedali più piccoli verso la chiusura

Nei 9 ospedali più grandi il 50% dei ricoveri

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BARI - Nel 2017 il sistema sanitario pugliese non ha bruciato cassa, senza la necessità di «aiutini» da parte del bilancio autonomo. Ecco perché, per la prima volta da almeno 15 anni, la manovra della Regione non dovrà destinare soldi alle Asl, se non i 50 milioni imposti dal governo come contributo al rinnovo dei contratti del personale.
Una buona notizia, dunque, che segnala la fine di un lungo ciclo di emergenza e dovrebbe portare - non prima di marzo, anche se le indicazioni ufficiose si avranno già il prossimo mese - all’uscita della Puglia dal Piano operativo, il commissariamento-soft che dura ormai da quasi cinque anni. La relazione al previsionale 2019 predisposta dall’assessore Raffaele Piemontese dà conto anche del miglioramento dei conti sanitari (nel 2017 hanno chiuso con un avanzo di 4,1 milioni, in cui pesa l’effetto di partite straordinarie pari a 17 milioni), evidenziando come - di pari passo - siano migliorati anche alcuni indicatori fondamentali dell’assistenza (su tutti, il punteggio della griglia Lea che misura i livelli minimi). Ma indica anche, in controluce, i prossimi passi.

«Paghiamo i fornitori entro i 90 giorni - riassume il capo del dipartimento Salute, Giancarlo Ruscitti - e quindi stiamo dando anche benzina al sistema produttivo pugliese. I Lea, arrivati a 181, dimostrano che abbiamo migliorato l’efficienza: nel 2015 la Puglia era a quota 155. Tutti i soldi risparmiati, peraltro, sono stati investiti in assunzioni del personale e stabilizzazioni».
Nel 2017 tra ospedali pubblici (29) e privati (32) sono stati registrati circa 512mila ricoveri, proseguendo nel trend decrescente richiesto dal ministero. Ebbene, il 50% dei ricoveri avviene nelle prime nove strutture, tra cui ci sono i tre ecclesiastici e un privato (Mater Dei di Bari). Ben 23 strutture fanno meno di 2mila ricoveri l’anno, e quattro di queste sono pubbliche (Terlizzi, Trani, Grottaglie e Canosa), tutte non a caso destinate alla disattivazione. La tendenza all’accorpamento, già inseguita dal riordino, andrà dunque avanti, e per questo non deve stupire la prevalenza numerica di case di cura private: piccoli centri specialistici che erogano (o dovrebbero erogare) prestazioni di eccellenza.

L’era dell’ospedale sotto casa, però, è definitivamente tramontata: si va verso strutture grandi (che offrono tutti i servizi e anche l’eccellenza) e strutture più piccole ma iperspecializzate. Non è un caso se la relazione segnala, tra i problemi da affrontare nel 2019, quello della mobilità passiva: un saldo negativo di 180 milioni di euro che equivale, più o meno, al costo di 5-6 medi ospedali. Un recupero del 20% del saldo di mobilità potrà consentire l’incremento delle assunzioni, soprattutto quando l’uscita dal Piano operativo permetterà alla Regione di gestirle in autonomia senza chiedere l’assenso preventivo dei ministeri. Ma il recupero della mobilità passiva non potrà avvenire senza la collaborazione con i privati, che dovranno offrire le prestazioni più richieste fuori regione (al primo posto c’è la chirurgia per l’alluce valgo) in cambio di una premialità extratetto.

L’altra voce critica è la spesa per i farmaci, che continua ad assorbire 150-200 milioni più del tetto di spesa. In questo senso vanno lette le iniziative di contenimento, che stanno portando le Asl a una più attenta verifica delle prescrizioni dei medici di base (sul rispetto delle regole sancite dall’Aifa), e che dovrebbero poi portare a incrementare la distribuzione diretta da parte degli ospedali (che produce risparmi considerevoli, perché elimina tra l’altro i margini commerciali). In parallelo, la Regione ha aderito alla campagna nazionale «#IoEquivalgo» per promuovere i generici: l’effetto per le casse pubbliche è nullo (il servizio sanitario rimborsa la specialità a costo più basso, la differenza è a carico del cittadino), ma si spera di educare a un consumo di farmaci più sano e meno orientato agli interessi di chi li produce e di chi li prescrive. «Ogni anno - ricorda il direttore generale dell’Aress, Giovanni Gorgoni - i cittadini pugliesi scelgono deliberatamente, per scarsa informazione oppure per farsi miti, di spendere 90 milioni di euro di differenziale di prezzo».

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