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olive

Occorre il lanternino per trovare le olive nei campi pugliesi. La regione si lecca le ferite dopo un annus horribilis in cui il diavolo si è vestito di rosso: gelata della scorsa primavera, grandinata di febbraio, Xylella e mosca. Nel 2018 è stato perfino superato il bilancio negativo anticipato dalle previsioni Ismea, diffuse all’inizio di ottobre, di un crollo della produzione di olio del 58%. Infatti, in Puglia le perdite, per olive e olio, hanno toccato il 65%. Il settore oleario, nell’annata 2018, perderà 638 milioni di valore economico, un taglio netto del reddito delle aziende olivicole che hanno combattuto ad armi impari le frequenti e violente ondate di maltempo con i conseguenti attacchi di mosca olearia. Il prezzo al dettaglio è di 6,20 euro al chilo e si prevede che arriverà a 6,50. In Puglia la Plv (produzione lorda vendibile) del settore olivicolo-oleario è pari al 20% della totale Plv agricola e il settore partecipa alla composizione del prodotto interno lordo dell’intera ricchezza regionale per il 3%. Il colpo assestato dal maltempo è stato devastante. È iniziata male ed è finita peggio.


Il 2018 si apre, come già accennato, con le gelate di febbraio e marzo, che si sono rivelate più insidiose di quanto si potesse immaginare. Hanno colpito le province di Bari, Bat e Foggia, lasciando un primo segno tangibile sugli ulivi che hanno mostrato da subito chiari segnali di spaccatura della corteccia, gemme bruciate dal gelo, caduta copiosa delle foglie. Nel corso dei mesi la situazione si è aggravata perché le gelate hanno intaccato le piante proprio nelle fasi di schiusura delle gemme, fioritura e allegagione. Nei mesi successivi, il danno è diventato evidente, perché le olive, che sono riuscite ad arrivare alla fruttificazione, sono state una manciata. Niente olive, niente olio. In seguito, si sono alternate temperature molto alte ad episodi temporaleschi brevi, ma di una intensità tale da far cadere dagli alberi le poche olive arrivate a maturazione. Fino ad ottobre il crac ha riguardato le tre province di Bari, Bat e Foggia, ad ottobre si sono aggiunte anche Brindisi, Taranto e Lecce.
Nel dettaglio, ad ottobre una tromba d’aria si è abbattuta su Manduria e su Martina Franca per poi trasferirsi sul versante adriatico (su Apani, Brindisi, Latiano, Oria, Francavilla e Torre Santa Susanna) sradicando 7mila ulivi secolari, nuovi impianti e strappando le olive dagli alberi. Ultimo episodio calamitoso nelle scorse ore in provincia di Lecce, con epicentro tra i comuni di Alezio, Gallipoli, Parabita e Galatina, dove una tromba d’aria ha sradicato gli ulivi monumentali, su un territorio già ferito irrimediabilmente dalla Xylella, batteriosi che uccide ulivi, ma anche mandorli e albicocchi. La richiesta di stato di calamità naturale inoltrata ciclicamente dalla Regione Puglia al ministero non basta più. Vediamo perché. La declaratoria e, soprattutto, l’attivazione di quanto previsto dal decreto legislativo del 29 marzo 2004 n. 102, consente l’attivazione degli aiuti di Stato solo in presenza di colture non assicurabili. L’olivicoltura è assicurabile.

Allora perché gli olivicoltori non accendono polizze? Ce lo spiega Savino Muraglia, patron dell’omonimo frantoio, nonché presidente di Coldiretti Puglia. «Le polizze multirischio, spesso molto onerose, comunque non contemplano - dice - alcuni eventi come le trombe d’aria e non possono essere accese durante l’intero arco dell’anno, ma solo in periodi limitati. Per esempio, per l’olivicoltura possono essere sottoscritte solo da marzo a maggio». Non c’è scampo? «Abbiamo inviato - afferma - una lettera ai parlamentari pugliesi perché, così com’è, il meccanismo della declaratoria di stato di calamità e del Fondo di solidarietà nazionale non funziona. Risulterebbe esclusa proprio l’olivicoltura, duramente colpita dalle calamità del 2018». La soluzione esiste ed è già stata sperimentata l’anno scorso. «Nel 2017, con un emendamento al decreto Mezzogiorno del 20 giugno 2017 - spiega ancora Muraglia - le aziende colpite dalla prolungata siccità che non avevano sottoscritto polizze assicurative, hanno potuto accedere ai benefici per favorire la ripresa dell’attività produttiva previsti dalla legge 102 del 2004. Abbiamo chiesto ai parlamentari di spingere sul governo per ottenere la deroga e allargare alle colture assicurabili gli interventi previsti dalla declaratoria di calamità naturale e dal Fondo di solidarietà nazionale».
Nel giro di un decennio, il rincorrersi di eventi estremi causati dai cambiamenti climatici, è costato all’agricoltura pugliese oltre un miliardo di euro tra perdite della produzione agricola e danni alle strutture e alle infrastrutture nelle campagne, anche per l’incuria e l’abbandono del territorio determinati da politiche carenti o sbagliate. «Dopo le gelate dello scorso febbraio, che hanno compromesso 25 milioni di ulivi e la stagione negativa, il settore olivicolo si trova ad affrontare l’ennesima emergenza dovuta a un evento estremo», spiega David Granieri, presidente di Unaprol. «I danni agli ulivi - aggiunge - comporteranno conseguenze pesanti anche nel lungo periodo, fermo restando il disastroso impatto ambientale. In queste condizioni, un piano olivicolo nazionale 2.0 deve diventare un’assoluta priorità per il governo».


L’eccezionalità degli eventi atmosferici è ormai diventata la norma tanto che siamo di fronte ad un’evidente tendenza alla tropicalizzazione che si manifesta con una più elevata frequenza di eventi violenti con sfasamenti stagionali, precipitazioni brevi e intense e il rapido passaggio dal sole al maltempo, con sbalzi termici significativi. Il 2018 si è classificato finora come l’anno più bollente dal 1800, anno in cui sono iniziate le rilevazioni, con una temperatura superiore di 1,53 gradi rispetto alla media storica nei primi nove mesi dell’anno, durante i quali però si sono alternati periodi di intense precipitazioni e momenti di siccità come a settembre quando è caduto addirittura il 61% di pioggia in meno. Su un territorio meno ricco e più fragile per l’abbandono forzato dell’attività agricola, in molte aree interne, si abbattono così gli effetti dei cambiamenti climatici, favoriti anche dal fatto che negli ultimi 25 anni è scomparso in Italia oltre un quarto della terra coltivata (-28%) perla cementificazione e l’abbandono, provocati da un modello di sviluppo sbagliato che ha ridotto la superficie agricola utilizzabile nel Paese ad appena 12,8 milioni di ettari.
La disponibilità di terra coltivata significa produzione agricola di qualità, ma anche sicurezza ambientale per i cittadini. Per far fronte all’emergenza, occorre avviare subito la sospensione del pagamento delle imposte e dei contributi, il ripristino della dotazione del Fondo di solidarietà nazionale e una moratoria sui mutui da definire con il sistema bancario.

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