Martedì 10 Febbraio 2026 | 14:39

Foggia, gli affari dei clan: usura e fatture false per milioni di euro

Foggia, gli affari dei clan: usura e fatture false per milioni di euro

 
Foggia, gli affari dei clan: usura e fatture false per milioni di euro

Nelle motivazioni della sentenza del processo Baccus ci sono i fatti contestati a Lanza, condannato a 2 anni e 8 mesi, e Antoniello, 5 anni e 6 mesi. Imprenditore coinvolto in un giro di strozzinaggio, ma dietro c’è una truffa all’UE

Martedì 10 Febbraio 2026, 12:30

Fu per pagare gli interessi usurari al boss Vito Bruno Lanza alias “u lepr”, che l’imprenditore vitivinicolo chiese soldi in prestito a altri malavitosi tra cui un altro mafioso della vecchia guardia, Cesare Antoniello detto “Cesarone”, che per riavere indietro denaro e interessi avvisò il debitore: “se non paghi ti sfascio le corna”. E’ una storia di strozzinaggio che trasuda tutta la paura della parte offesa quella ricostruita nelle 29 pagine di motivazione della sentenza del processo Baccus pronunciata il 16 ottobre 2025 dai giudici della terza sezione della corte d’appello di Bari che hanno condannato Lanza a 2 anni e 8 mesi per usura; e Antoniello a 5 anni e 6 mesi per usura e tentata estorsione, escludendo per quest’ultimo l’aggravante della mafiosità per metodi utilizzati. Entrambi sono liberi per questa vicenda che li portò dietro le sbarre l’11 giugno 2012 quando furono arrestate 24 persone (vedi scheda a parte ndr). Lanza al vertice del clan Moretti/Pellegrino/Lanza, da qualche mese è tornato libero dopo aver scontato 8 anni per mafia nel maxi-processo Decimazione contro la mafia del pizzo. Sarà la Cassazione nei prossimi mesi a pronunciarsi sui ricorsi degli avv. Franco Metta e Paola Tortorella per Lanza, e Carlo Mari e Bruno Voglino per Antoniello che chiedono l’assoluzione. I fatti contestati ai due mafiosi sono datati 2008/2009.

Prestiti su prestiti - L’imprenditore Francesco B. ricevette da Lanza 20mila euro nell’ottobre 2008, con pagamento di interessi mensili del 12%. A marzo 2009 un ulteriore prestito di 10mila euro: fino a quel momento del debito precedente aveva pagato solo gli interessi mensili di 2300 euro. A dire della vittima, peraltro, Lanza fu il “migliore” degli usurai cui si rivolse: “è stato il migliore, non mi ha mai minacciato, non mi ha mai alzato un dito, non è mai venuto sotto casa mia, non mi ha mai fatto niente”. Fu però per pagare gli interessi a Lanza che l’imprenditore - prosegue l’accusa - chiese ulteriori prestiti a altri malavitosi (alcuni dei quali condannati in via definitiva) tra cui Antoniello. Gli avrebbe dato prima 25mila euro, con interessi mensili di 2500 euro; quindi 60mila euro in tre tranche tra estate e autunno 2009, con interessi mensili del 10%. Soldi non restituiti: da qui le presunte minacce di Antoniello al debitore “di sfasciargli le corna”. I due imputati negano e rimarcano che in questa vicenda ci hanno rimesso soldi e libertà.

Condannati, assolti, condannati - In primo grado il Tribunale di Foggia il 16 luglio 2015 inflisse 8 anni a Antoniello, ritenendo sussistente anche l’aggravante mafiosa; e 4 anni a Lanza. Francesco B. che li aveva denunciati durante le indagini, al processo a Foggia si avvalse della facoltà di non rispondere in quanto coimputato nel secondo filone dell’inchiesta Baccus su una maxi-frode all’Unione Europea cui Antoniello e Lanza sono estranei. I giudici ritenendo che il silenzio dell’imprenditore fosse dovuto alle minacce subite, acquisirono le dichiarazioni accusatorie rese durante le indagini e condannarono i 2 foggiani. Sentenza ribaltata dalla corte d’appello di Bari che il 16 settembre 2019 assolse Antoniello e Lanza, ritenendo inutilizzabili le dichiarazioni rese durante le indagini dalla parte offesa per essersi sottratta in aula interrogatorio del pm e controinterrogatorio della difesa. La Cassazione il 22 aprile 2021 accolse il ricorso della Procura generale; annullò le assoluzioni; ordinò la celebrazione di un nuovo processo d’appello a Bari a carico di Antoniello, Lanza e altri 6 imputati (con posizioni minori che sono stati assolti, prescritti o condannati a pene minime per altri reati) iniziato il 19 maggio 2023 e concluso nell’ottobre 2025.

“Fu minacciato” – Decisiva la decisione della corte d’appello di riaprire l’istruttoria dibattimentale e convocare la vittima dell’usura e la madre, interrogate il 21 marzo 2024 quando ne fu disposto l’accompagnamento coatto in aula. “Può serenamente affermarsi alla luce degli elementi acquisiti in questo processo” scrive la corte d’appello “che la decisione della parte offesa di non testimoniare durante il processo di primo grado a Foggia e quella della madre di ritrattare, sia stata determinata dall’essere stati sottoposti a plausibile minaccia o pressione intimidatoria al fine di non deporre”. Il che rende utilizzabili le dichiarazioni che madre e figlio resero alla Polizia durante le indagini preliminari. Da cosa nasce la convinzione dei giudici d’appello delle minacce subite dalla parte offesa? “Entrambi i testi hanno disertato plurime udienze di questo processo, adducendo una sospetta e reiterata impossibilità a comparire per ragioni di salute, al punto da aver reso necessario il loro accompagnamento coatto. Si tratta di un comportamento che proprio in quanto posto in essere nonostante siano trascorsi 11 anni dall’udienza del 16 luglio 2013” (quando in Tribunale a Foggia la parte offesa si avvalse della facoltà di tacere, e la madre rettificò le iniziali dichiarazioni) “assume valenza altamente sintomatica della condizioni di perdurante timore dei due testi”.

“Avevo paura di Antoniello” – I giudici parlano di “tormentata testimonianza” riferendosi a detto dalla vittima in aula nell’udienza del 21 marzo 2024. “Il teste ha riferito d’aver avuto paura di Antoniello; confermato quanto dichiarò durante le indagini; ribadito d’essere stato minacciato il 15 luglio 2013, il giorno prima di deporre in Tribunale a Foggia quando si avvalse della facoltà di non rispondere” annota la corte d’appello, citando quanto riferito in aula dall’imprenditore. “E’ stato un fatto eclatante, il giorno prima della testimonianza vennero delle persone fin sopra a casa a minacciarmi, a bussare e dare i pugni dietro la porta: mia moglie era terrorizzata, i bambini piangevano, chiamai la Polizia ma quando arrivò non trovò nessuno. Se al processo a Foggia non parlai, penso che lo feci anche per paura”.

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