Il Mezzogiorno corre sulle rinnovabili, ma resta indietro sulle infrastrutture che dovrebbero sostenerle. È questo il paradosso che emerge dal report Deloitte sul settore Power & Utilities, che fotografa una trasformazione in atto ma ancora lontana da un equilibrio stabile, come evidenzia Claudio Golino, Energy, Resources & Industrials Industry Leader di Deloitte.
Il Sud, e la Puglia in particolare, è oggi uno dei territori più dinamici nella produzione di energia da fonti rinnovabili. Ma questa crescita si scontra con un limite strutturale: la carenza di sistemi di accumulo e di infrastrutture adeguate, indispensabili per rendere stabile e gestibile l’energia prodotta. Il dato è evidente. In Italia le principali tecnologie di accumulo (pompaggio idroelettrico e batterie) coprono quasi il 90% della capacità installata. Ma gli impianti di pompaggio, che rappresentano la soluzione più matura e consolidata, sono concentrati quasi esclusivamente nel Nord. Il Sud, pur essendo l’area con maggiore espansione delle rinnovabili, resta penalizzato.
È uno squilibrio che pesa sull’intero sistema energetico nazionale. Perché senza capacità di stoccaggio l’energia prodotta non può essere utilizzata in modo efficiente, e la rete resta esposta a criticità operative e a dispersioni di valore. Questo tema si inserisce in un contesto più ampio di forte instabilità. Il settore energetico italiano sta vivendo una fase di trasformazione accelerata, come si evince dal report sull’energia di Deloitte, spinto da fattori regolatori e geopolitici che stanno ridefinendo gli equilibri del mercato. Da un lato il decreto “Taglia Bollette”, che ha introdotto misure di sostegno a famiglie e imprese ma ha anche inciso sui conti delle utility, generando reazioni contrastanti tra gli operatori. Dall’altro le tensioni in Medio Oriente, che hanno riportato al centro la vulnerabilità del sistema energetico europeo.
I numeri parlano chiaro: dall’inizio della crisi, i prezzi del petrolio hanno registrato aumenti fino al 40% e quelli del gas fino al 70%, con effetti immediati sul prezzo dell’energia elettrica. Il PUN (Prezzo Unico Nazionale) ha toccato un picco di 168 euro per megawattora, per poi ridiscendere intorno ai 128 euro, ma restando su livelli elevati e instabili. Una volatilità che non è solo finanziaria. Il rischio riguarda anche la disponibilità fisica delle forniture, soprattutto in presenza di tensioni sulle principali rotte di approvvigionamento, come lo Stretto di Hormuz. In uno scenario estremo, il mercato potrebbe trovarsi a fronteggiare non solo prezzi elevati, ma anche carenze di materia prima.
Questa fragilità è legata alla struttura del mix energetico nazionale. Nonostante la crescita delle rinnovabili, le fonti fossili coprono ancora circa il 44% della domanda elettrica, contro il 41% delle rinnovabili. Il gas, in particolare, continua a essere il principale driver del prezzo dell’energia.
È qui che il tema torna a incrociare il Mezzogiorno. Perché mentre il Sud produce energia rinnovabile, il sistema nel suo complesso resta dipendente da fonti fossili e da dinamiche internazionali. Senza una rete adeguata e senza capacità di accumulo, il contributo delle rinnovabili rischia di restare parziale. Le conseguenze si riflettono lungo tutta la filiera. Le utility esposte a contratti a prezzo fisso possono subire pressioni sui margini in caso di aumento dei costi di approvvigionamento, mentre gli operatori attivi nella generazione, soprattutto da fonti rinnovabili, possono beneficiare dei prezzi elevati, grazie a strutture di costo più stabili.
In questo scenario, la capacità di adattamento diventa il vero fattore competitivo. Diversificazione del mix energetico, gestione della volatilità, sicurezza degli approvvigionamenti e sviluppo di nuovi modelli di business sono le leve su cui si giocherà la tenuta del sistema.
Ma per il Mezzogiorno la partita è ancora più complessa. Perché la transizione energetica non può limitarsi alla produzione. Deve passare dalla costruzione di una filiera completa: reti, accumuli, gestione intelligente dei flussi energetici. Senza questo salto, il Sud rischia di restare un grande produttore di energia, ma non un protagonista della sua gestione.
















