Lunedì 05 Gennaio 2026 | 11:00

Salzedo (Legambiente): «L’eolico offshore è vitale per la decarbonizzazione»

Salzedo (Legambiente): «L’eolico offshore è vitale per la decarbonizzazione»

 
leonardo petrocelli

Reporter:

leonardo petrocelli

Salzedo (Legambiente): «L’eolico offshore è vitale per la decarbonizzazione»

E a livello nazionale aggiunge: «Il Governo è in mostruoso ritardo sugli obiettivi»

Domenica 04 Gennaio 2026, 10:39

La transizione energetica come sfida culturale, economica e sociale, non solo energetica. Nella consapevolezza che il tempo stringe, tra vincoli europei e imprese con la valigia già pronta. Daniela Salzedo, presidente regionale di Legambiente, mette il termometro alla Puglia green tra ritardi, opportunità e sfide da vincere.

Presidente Salzedo, partiamo dalle basi: qual è la situazione delle rinnovabili in Puglia?

«Lo dico chiaramente: non siamo dove speravamo di essere».

Qual è il problema?

«A fronte di un comparto industriale che cammina velocemente e a fronte di università che si stanno adattando altrettanto rapidamente, c’è ancora tanta lentezza da parte della politica. Ed è una lentezza che fa male allo sviluppo e alla decarbonizzazione della nostra regione».

Si riferisce agli obiettivi imposti dall’Unione europea?

«Esiste un obbligo legale e amministrativo, certo. Ma esiste anche e soprattutto una questione etica, un dovere verso le nuove generazioni».

E sul fronte imprenditoriale?

«Registro solo un dato: parecchie imprese che avevano investito, che avevano deciso di portare avanti progetti legati alle rinnovabili stanno facendo un passo indietro. Mantenere in piedi una progettualità per 5-6 anni senza avere risposte, o comunque avendone in maniera troppo lenta, demoralizza le Pmi e lascia spazio solo alle grandi multinazionali».

Il mondo delle rinnovabili è ampio. Si riferisce a qualche segmento in particolare?

«Più o meno a tutti, ma faccio un esempio specifico: l’eolico offshore. Presuppone investimenti importanti, interessa grossi gruppi e tuttavia c’è una intera filiera che si attiva. Molte volte è locale o comunque coinvolge il territorio che viene sempre interessato dal cambiamento».

Restiamo sull’eolico offshore, qual è il vostro giudizio?

«Dell’eolico offshore abbiamo necessità nel senso che gli obiettivi di decarbonizzazione non possono essere raggiunti solo con l’impiantistica a terra».

E dal punto di vista ambientale?

«Un impianto offshore è quello con meno impatto sul territorio per ragioni confermate dal mondo scientifico. Per dirne una, penso al ripopolamento della biodiversità al di sotto delle piattaforme galleggianti perché diventano porzioni di mare in cui non si può pescare».

Esistono già dei riscontri?

«Penso al Beleolico di Renexia di Taranto. Al di sotto di quell’impianto e anche intorno la biodiversità è rifiorita. Sono dati certi, presentati a luglio scorso. Non solo, ma è diventato un bacino acqueo in cui fare approfondimenti scientifici particolari riguardo alle specie marine».

Non ci sono rischi, dunque?

«I rischi ci sono sempre perché comunque si tratta di impianti industriali. Ma l’attenzione è molto alta. Sono lontani i tempi in cui l’industrializzazione calava forzatamente dall’alto: le famose “cattedrali nel deserto”. C’è chi ha investito, ha costruito e poi è scappato, lasciando i “mostri” nel Mezzogiorno. È un altro mondo».

Cosa è cambiato?

«Si è imposta la necessità di coinvolgere i cittadini. È quello che bisogna fare sempre e con la massima efficacia. Spiegare opportunità e rischi senza far piovere dall’alto iniziative non accompagnate da corretta informazione. La comunicazione è l’aspetto più importante».

Il problema è che spesso la transizione energetica non si fa carico della dimensione sociale.

«Di transizione “sociale” parliamo da tempo. Un esempio: un impianto di pannelli solari per un’abitazione abbassa in maniera importante il costo della bolletta ma quel tipo di impianto è fortemente disponibile solo per chi se lo può permettere. Vede, se non governiamo la transizione energetica e dunque l’uscita dalle fonti fossili, dovremo ancora affrontare crisi come quella della centrale Enel di Cerano».

Ecco, Cerano. Il Governo spinge per la «riserva fredda». È la soluzione giusta?

«Abbiamo parlato con i tecnici, la riserva fredda non esiste. Quando il carbone si esaurisce all'interno dei Dom l'impianto è spento. Stop. Quello che dovremmo fare è sostituire quella struttura con altre soluzioni industriali che abbiano un impatto minore sulla salute e generino posti di lavori realmente green. Così blocchiamo lo sviluppo e creiamo un disservizio sociale, rischiando di alimentare la crescita della delinquenza».

Come giudica l’operato dell’esecutivo su questi temi?

«Il Governo è mostruosamente in ritardo e non si sta attivando in maniera corretta. Gli impegni di decarbonizzazione che ci eravamo imposti sono ormai un obiettivo lontano».

Infine, cosa chiedete alla nuova Giunta regionale pugliese che si insedierà a giorni?

«Abbiamo stilato un documento programmatico che riassume rapidamente quello che chiediamo. Innanzitutto, un po’ di coraggio perché tante scelte sono impopolari per quanto necessarie. E poi spero davvero che questa Giunta non veda confini tra un settore ed un altro. Ci deve essere una compenetrazione tra tutti i comparti».

Queste le premesse. Un’idea concreta?

«Un assessorato forse è troppo ma almeno l’istituzione di un tavolo tecnico sul Mediterraneo. Perché è lì che si gioca la partita principale che può portare nuove energie nella nostra regione. Mi piace ricordare che gli under 30 hanno una forte sensibilità green, una visione verde del proprio futuro. La politica impari ad ascoltare che finora è rimasto inascoltato».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Marchio e contenuto di questo sito sono di interesse storico ai sensi del D. Lgs 42/2004 (decreto Soprintendenza archivistica e Bibliografica Puglia 18 settembre 2020)

Editrice del Mezzogiorno srl - Partita IVA n. 08600270725 (Privacy Policy - Cookie Policy - - Dichiarazione di accessibilità)