Abbiamo sperato fino all’ultimo. Nonostante le valutazioni negative fatte dai medici nelle ultime ore dopo l’aggravamento del quadro clinico, tutti auspicavamo che il «piccolo guerriero» avrebbe resistito ancora un po’.
Ancora per qualche giorno. Chi ha fede aveva anche pregato affinché questo bambino di due anni e mezzo rimanesse in vita, immaginando che potesse ricevere persino un altro cuore. Purtroppo così non è stato. Ieri mattina ci siamo svegliati con la notizia che tutti temevamo di leggere su telefonini e tablet: Domenico non ce l’ha fatta. Gli era stato trapiantato all’ospedale Monaldi di Napoli un cuore nuovo, ma è arrivato «bruciato» per via del ghiaccio secco messo nel contenitore a Bolzano, dove l’organo era stato espiantato da un piccolo donatore.
Abbiamo cominciato ad affezionarci a Domenico grazie soprattutto a sua madre, Patrizia Mercolino, che ha fatto conoscere all’Italia intera la storia di suo figlio. Che ci ha mostrato le sue immagini più tenere, i momenti più dolci, quando ancora il bimbo poteva sgambettare dentro casa e ricevere le coccole della propria famiglia. Una donna eroica Patrizia. Un esempio di cosa voglia dire «essere» e «fare» la mamma. Un particolare su tutti. Da mesi Patrizia si svegliava la mattina presto a Nola e a bordo di un autobus, dopo aver abbracciato gli altri due figli, si recava all’ospedale del capoluogo partenopeo per stringere la manina di Domenico, per accarezzarlo sulla fronte, per stargli vicino, per fargli sentire il suo amore e il sostegno materno. Due ore di viaggio all’andata e due ore al ritorno, almeno fino a quando il Comune pochi giorni fa non le ha messo a disposizione un’auto, velocizzando il trasferimento e riducendo lo stress.
Quattro ore al giorno di mezzi pubblici: un sacrificio che questa donna forte e tenace ha sempre considerato necessario pur di garantire fino all’ultimo minuto la propria presenza accanto al piccolo guerriero, che sopravviveva attaccato all’Ecmo, ovvero al macchinario che ha sostenuto le funzioni vitali di cuore e polmoni.
I medici le hanno detto che i parametri di Domenico erano diventati molto critici e che si rendeva necessaria una progressiva de-escalation degli interventi terapeutici. Patrizia accanto al letto di suo figlio aveva lasciato un rosario: segno di quell’atteggiamento non remissivo che ti porta a implorare il miracolo. La morte di un figlio, specie quando piccolo e malato, è qualcosa che ti toglie il respiro. Ti costringe a vivere il dolore più atroce. I riflettori puntati dai media e il sostegno degli italiani rappresentano solo un leggero balsamo a fronte di una ferita che ti segna nel profondo e che molto probabilmente non smetterà mai di sanguinare.
È una vicenda che rileva per due ordini di motivi. Rileva per ragioni valoriali ed etiche, visto che mette al centro della riflessione pubblica il legame tra una madre e un figlio e la capacità di coinvolgere, anche grazie all’attenzione mediatica, l’intero Paese, generando un afflato emozionale che lascia ben sperare nel futuro dell’umanità. E visto che mobilita e mobiliterà gli italiani, come è auspicabile che accada con la Fondazione di cui Patrizia ha annunciato l’istituzione. Obiettivo: non dimenticare Domenico. Ma rileva anche per ragioni medico-legali, posto che su questo episodio sono in corso indagini da parte della magistratura: far luce su quanto accaduto al Monaldi e all’ospedale di Bolzano dove, a quanto pare, nel box frigo monouso di vecchia generazione privo di termostato portato da Napoli qualcuno ha rabboccato il contenitore con del ghiaccio secco, ovvero con anidride carbonica che congela fino a quasi 80 gradi sotto zero e che evidentemente ha danneggiato in via permanente il cuore da trapiantare, come dicevamo in precedenza. Indagate sei persone tra medici e paramedici del Monaldi inizialmente con l’ipotesi di lesioni colpose, ma a seguito della morte di Domenico con l’ipotesi di omicidio colposo. Si attendono sviluppi giudiziari anche sul personale sanitario dell’ospedale di Bolzano.
Una vicenda iniziata due giorni prima di Natale 2025 e conclusasi con il decesso di Domenico quasi due mesi dopo. Il piccolo era affetto da cardiomiopatia dilatativa: una malattia del miocardio (il muscolo cardiaco) che compromette la capacità del cuore di pompare sangue al resto dell’organismo. Uno scompenso molto grave che porta all’accumulo di liquidi nei polmoni e in altre zone del corpo. Domenico era in lista per fare un trapianto di cuore: un’urgenza per il suo stato di salute. Il 22 dicembre la mamma del bimbo riceve una telefonata dall’ospedale napoletano. Era stato trovato un cuore compatibile con quello di suo figlio: un cuore di un bambino di 4 anni morto per annegamento. Una volta effettuato l’espianto, l’organo è stato trasportato prima in elicottero da Bolzano a Verona e poi in aereo dalla città veneta a Napoli. Per ricostruire tutte le responsabilità e capire bene cosa sia inceppato occorre aspettare la conclusione delle indagini e prima ancora l’esito dell’autopsia disposta sul corpicino del bimbo.
Quello che finora si sa è che il box era inadeguato e che il ghiaccio secco ha bruciato l’organo. Diverso sarebbe stato l’esito di questo episodio se fosse stato usato ghiaccio tritato. Occorre capire, altresì, se la prassi prevede che anche a fronte di un organo danneggiato il trapianto venga fatto lo stesso o se, come è stato detto fin dal primo momento, l’espianto del cuore malato di Domenico è avvenuto senza verificare le condizioni reali dell’organo arrivato da Bolzano. Vedremo la relazione fatta sul punto dagli ispettori mandati a Napoli dal Ministro della Salute Schillaci.
La vicenda che qui abbiamo riepilogato ha colpito tutti. Guai, però, a perdere fiducia nella pratica dei trapianti d’organo. Le percentuali di successo, specie nei bambini, sono elevate. Nel nostro Paese nel 2025 sono stati effettuati più di 3700 trapianti di organo, di cui quasi 350 di cuore. Tra il 2000 e il 2021 sono stati eseguiti oltre 6000 trapianti di cuore, di cui l’8,5% ha riguardato bambini. Ciò che in questo caso giudiziario colpisce dal punto di vista medico è che l’iter di espianto, trasporto ed impianto di cuore è assai rigoroso, seguendo procedure standard a livello nazionale. Eppure sono stati commessi errori.
A riprova del fatto che la vicenda di Domenico e le parole di sua mamma Patrizia e di suo papà Antonio hanno saputo mobilitare in questi giorni moltissimi italiani non si dimentichi che dopo la morte del piccolo sono intervenuti, tra gli altri, anche la premier Giorgia Meloni, il Presidenti di Senato e Camera La Russa e Fontana e molti esponenti politici di maggioranza e opposizione. La mobilitazione, insomma, è avvenuta anche sul piano istituzionale.
È una vicenda che ci insegna qual è il vero valore della vita. Che ci indica come solidarietà e sostegno reciproco siano più forti dell’indifferenza e dell’odio e che la speranza, quella che non delude mai (come diceva San Paolo e come dimostra il Giubileo del 2025 che a questo tema ha voluto dedicare l’intero Anno Santo), non deve mai essere abbandonata. Che testimonia, infine, come il dolore può rappresentare una leva importante per generare condivisione di valori e creazione di vincoli comunitari autentici.
Il tempo dell’attesa, specie se riempito di significati autentici e veri, non è vano. Bisogna vivere ogni attimo ed istante amando il prossimo come sé stessi e puntando sul senso di responsabilità, individuale e collettivo che sia. La cronaca spesso ci pone di fronte alla conoscenza del male, ma a volte ci fa capire che la predisposizione al bene non è mai una pratica isolata.
















