Quanto sia opportuno prestare attenzione al linguaggio e al significato delle parole dovrebbe essere chiaro, e invece si utilizzano spesso toni collerici, si aizzano parole di odio, sembra che ogni spazio e ogni momento siano utili a innescare polemiche. Tra governanti e governati siamo diventati dei veri e propri «brontosauri»: rumorosi per nulla. Eppure ci sono molteplici motivazioni per discutere, per ritrovarsi nelle piazze, nei luoghi sociali o spazi pubblici per parlare, disputare, mi viene subito in mente la Disputa dipinta da Raffaello dove ciascun soggetto raffigurato nell’affresco espone la sua idea, il suo «giudizio», nel senso kantiano, non è noto se si arriverà a una conclusione, a un punto di svolta, ciò che importa è l’uso della parola, la comunicazione.
Vero è che non necessariamente deve rappresentarsi un linguaggio forbito, anche nella semplicità si può dire con chiarezza e nobiltà d’animo ciò che si pensa o ciò a cui si crede senza porsi in una posizione di attacco o difesa, ricercando nell’interlocutore un modo non solo per contraddirlo, semmai per distorcerne l’intenzione, il senso di ciò che dice. Si vuole trovare a ogni costo qualcosa che serva a infamare qualcuno o qualcuna. E gli esempi sono innumerevoli, in questi giorni nuovi attacchi al procuratore Gratteri, alla giurista Albanese, e addirittura a un comico.
Poi ci sono i politici di professione. Non manca giorno in cui l’opinione pubblica non accende scontri, sollecitata a farlo in modo fazioso, utilizzando i social network che cavalcano l’onda della televisione e dei giornali, e così si finisce col non avere un proprio pensiero critico, libero, chiaro e distinto, ma spesso «invasato», utile solo a esacerbare gli animi. Ma i cittadini hanno bisogno di questo?
Sono costretti costantemente a vivere un palcoscenico e ad assistere a scenari spesso inqualificabili. Mentre si dovrebbe tornare a discutere di questioni sociali, di opportunità, di urgenze, e istillare fiducia, l’unico collante che garantisce equilibrio e stabilità a un Paese, come il nostro, che ha bisogno di «risposte». Qui, dove è nato il pensiero, sono sorte le arti liberali, la scienza, la lingua, in fondo a cosa e a chi serve la polemica?
E allora, un invito all’uso corretto della parola, del dialogo, della conversazione, all’ascolto, al silenzio, all’informazione. Pratiche oramai demodé.Una condizione quella dell’ascolto in particolare, per la quale rinunciare significherebbe non aver chiaro il concetto di «socievolezza» e di «reciprocità». Non si può comunicare se l’io non riconosce il tu, se non ha inizio la relazione, ovvero l’incontro con l’altro. La relazione è necessità: l’individuo è relazione. Questo è possibile innanzitutto quando giustappunto si ritengono fondamentali l’ascolto, il silenzio: momenti imprescindibili della relazione sociale. Solo se si è abituati all’ascolto possono generarsi ricche relazioni, ma soprattutto crescita. L’ascolto è una delle pratiche fondamentali per il conseguimento di quella conoscenza di sé che è a sua volta la premessa per liberarsi dalle inquietudini.
Saper ascoltare in modo corretto significa poter trarre il massimo profitto da una conversazione. Accade, di converso, che nessuno pensi a questo nobile fine, se non a generare confusione, a far sorgere sentimenti di odio, di vendetta o finanche isolamento dell’altro. Si punta ad annientare l’altro, non a comprendere l’altro, a porre attenzione a ciò che dice. Troppi – direbbe Nietzsche – vogliono parlare, ma pochi sanno dire. Ed è ciò probabilmente che talvolta avviene. In passato si credeva che i social media ci avrebbero aiutato, oggi lo stesso ottimismo lo si nutre per l’intelligenza artificiale (seppur attorno a una nube fumosa di pessimismo o scetticismo), senza capire però che ad aiutarci a stare bene non sono le tecnologie, non è Internet che più che uno spazio virtuale di relazioni e incontro è divenuto uno spazio di distrazione di massa e di obnubilamento del pensiero o perfino uno «sfogatoio»; ma è la persona, noi stessi, il nostro pensare e agire rettamente. Sarebbe essenziale rebus sic stantibusdi«abbassare i toni» e prima di attaccare, polemizzare, seguire la scia irosa, cercare di ascoltare per capire. Si perderebbe meno tempo e soprattutto si costruirebbe. Un altro aspetto assente nel nostro dire e nel vissuto è la costruzione. Emerge in questi anni l’azione demolitrice del distruggere, anziché costruire. Non costa fatica distruggere; è evidente. Costruire invece richiede impegno, determinazione, pazienza. Sembrano qualità, nostro malgrado, assenti. Eppure, basterebbe poco per vivere meglio, per pensare bene, essere creativi, sognare. Ecco sì, forse a noi italiani – «poeti, santi navigatori», – ci è stata sottratta la poesia e anche una barca adeguata alla navigazione, ci è stato sottratto il sogno! E alla santità ci abbiamo rinunciato da tempo.















