Gentilissimo dott. Patruno, vivo da 6 anni con la mia famiglia a Trento per lavoro. Dopo diversi giri per l’Italia, dovevo scegliere una sede più stabile. «Armato» della classifica sulla Qualità della vita delle province italiane pubblicata dal «Sole 24 Ore», ho proposto Trento a mia moglie, principalmente per la speranza (illusione?) che i nostri due figli adolescenti avrebbero potuto avere, da queste parti, più opportunità nel mondo del lavoro. Scelta dettata esclusivamente dai figli.
Ma la natura umana non è mai soddisfatta. Quando ero a Bari, mi lamentavo di tutte le cose su cui noi baresi (o pugliesi o meridionali) «piangiamo». E, quindi, anelavo al trasferimento nella «civile», «organizzata» e «rispettosa delle regole» Trento. Ma, dopo qualche anno («nostalgia canaglia»), ho iniziato a maturare anche qui un senso d’insoddisfazione e mancanza di un «quid». Un vuoto che si colmava e si colma quando torno, circa ogni due mesi, a Bari (dove vive mia madre, oltre che affetti e amici), anche per le vacanze estive.
Ma soprattutto, mi sono convinto (condividendolo con tanti colleghi, anche loro a Trento per lavoro) che «non tutto quel che luccica è oro». E che «non tutto ciò che è Sud è immondizia». Sì, la popolazione e la classe politica trentina sanno «impacchettare» bene il «prodotto». Ma pure qui, sotto la cenere, covano i soliti, italici malcostumi, pregiudizi, ritardi e nepotismi (se non fosse per «mamma» Provincia Autonoma che eroga contributi e sovvenzioni a destra e a manca). È così che, quando ritorno in Puglia avendo il mare alla mia agognata «sinistra», mi rendo conto che la nostra terra è ricca di risorse in tutti i sensi. Ricca di calore, di spirito d’iniziativa, di una rete umana di relazioni solide e sincere, creatività, fantasia, eccellenze culturali, enogastronomiche, accademiche.
Ed è proprio allora che mi chiedo: ma qual è la vera «qualità della vita»? L’efficienza, la burocrazia funzionante e cortese, la raccolta differenziata che tutti rispettano, i trasporti puntuali e puliti di Trento? O è invece quel senso di accoglienza e sana inquietudine che percepisco, appena scendo dal treno a Bari, negli sguardi vispi, nel dinamismo e nella «casciara» della folla disordinata e convulsa che va e viene in Piazza Moro?
I miei figli frequentano le scuole locali, e mi rendo sempre più conto che i nostri insegnanti meridionali non hanno nulla da invidiare ai colleghi trentini, anzi. Gli insegnanti del Sud vivono e operano in perenne «prima linea». E portano ancora in sé l’eredità culturale della Magna Grecia. Roba che qui non so se conoscano a fondo, visto che (per raccontarle un aneddoto) un giorno a mia figlia è stato chiesto, al liceo linguistico, di studiare, «su internet o dove voleva lei», nientepopodimeno che il Proemio dell’Odissea (una bazzecola, cioè uno dei testi fondamentali della nostra cultura occidentale). E senza che le fosse stato minimamente spiegato dal «docente» locale. Lo stesso che poi per settimane ha parlato dello statuto autonomo del Trentino Alto Adige e della storia (sic!) del Sud-Tirolo.
Allo stesso modo, quando andiamo in ospedale per visite o esami, inutile dirlo, ci accoglie sempre un operatore molto gentile, rapido e digitalizzato (altro che quei «maleducati» dei baresi, direbbe qualcuno). Salvo poi essere sempre visitati da medici competenti, empatici e professionali di origine «terrona». Medici che hanno studiato a Bari (altra università che può dare i punti a mezzo mondo). Ma, per colpa delle logiche «baronali», che pure non mancano a Trento, ci hanno confessato di essersi dovuti specializzare in università del Nord o all’estero.
Sono, dottor Patruno, solo esempi tra una miriade di situazioni che vedo e vivo quotidianamente sia a Trento che a Bari. Ma mi riferisco a quelle «chiamate alle armi», a quella voglia incessante di «svegliare» le masse di meridionalisti «masochisti» e disfattisti di cui leggo sulla nostra amata «Gazzetta» (che consulto online quotidianamente e quasi ossessivamente).
Leggendo appunto un suo recente editoriale («Non più soltanto in fuga: tra i giovani del Sud c’è chi comincia a tornare», 9 gennaio scorso), ho iniziato a pensare seriamente (e, non le nascondo, «dolorosamente»), al mio futuro, non più e non solo a quello dei miei figli. I figli sceglieranno le loro strade. Ma, visto che tra qualche anno andrò in pensione, mi chiedo spesso come potrebbe essere la mia vita. Quella di un pensionato o di un anziano nato e con radici affettive salde al Sud e non nell’efficiente Trentino (o, comunque, in Nord Italia).
È allora che mi vedo passeggiare sul lungomare, magari mi vedo chiacchierare col pescivendolo o il panettiere di turno durante le spese quotidiane. Magari mi prefiguro anche vittima di uno scippo. E mi immagino anche anzianotto a Trento. Cioè dove esistono centri per anziani che funzionano, la sanità è più efficiente, il welfare non ne parliamo, la microcriminalità è talmente rara da far notizia, la movida non è molesta (qui è addirittura sconosciuta!). E tanti altri aspetti che potrebbero far sentire un anziano più sicuro e più considerato. Mentre a Bari un anziano, forse, si sente, se non più sicuro che a Trento, sicuramente meno solo.
Ironia della sorte mia moglie (anche lei meridionale, potentina) non vuole schiodarsi da Trento. Quanto ai figli, portandoli qui, speriamo che le mie aspettative iniziali si traducano davvero in maggiori opportunità (o, invece, non se ne vadano anche loro all’estero, come già tanti giovani emigrati dal Nord Italia al Nord dell’Europa o del mondo).
Era, forse, uno sfogo. Ma la «Gazzetta» mi aiuta sempre a «guardare» e «sognare» oltre le cime delle montagne che incombono su questa Trento dalla «qualità della vita» (dicono...) elevatissima.
















