È tempo di oroscopi. Ogni gennaio, sbirciamo le notizie sui segni zodiacali, che puntualmente diffondono sicurezze e ovvietà del tipo «Sarà un anno fantastico per l’Ariete» (ma non doveva essere quello scorso?); «Il Capricorno deve impegnarsi»; «Il Leone va a gonfie vele». Ci crediamo e non ci crediamo, eppure leggiamo tra distacco e speranza. Ma, elevando lo sguardo dalle nostre piccole vite ai grandi destini dell’universo, ci facciamo balenare una domanda: se potesse mai esistere un oroscopo del mondo, che anno sarebbe questo 2026 cominciato così male?
Dalle prime apparenze, pronostici catastrofici: il pianeta non se la passa affatto bene, altro che anno a gonfie vele! Abbiamo cominciato con la terribile strage dei ragazzi in Svizzera, poi Trump che dà l’esordio all’anno nuovo facendo la spesa di Paesi a lui «necessari»: mi prendo il Venezuela, poi mi compro la Groenlandia e poi altri ancora, come in un risiko infinito. Se davvero il destino dei Paesi fosse scritto nelle stelle, l’Italia e il mondo entrerebbero nel 2026 sotto un unico segno zodiacale, quello del capitale. Un segno che in realtà è ben lontano dal promettere fortuna diffusa, perché dimostra un’unica duplice verità: a gonfie vele vanno solo la voglia totalitaria di concentrazione di potere e la guida unica del dio denaro.
Pensateci, due fatti così distanti come l’incendio terribile in un pub e la «presa» dei Paesi del mondo possono avere lo stesso comune denominatore e cioè lo spregio delle regole e il totem dei soldi. Tutto uguale: nella «civile» Svizzera, discoteca senza controlli e uscite ridotte per guadagnare più posto per il pubblico pagante; negli (ex) democratici Stati Uniti, espansione nel nome del petrolio e violazione delle regole internazionali. Ovviamente, questo non significa difendere Maduro e la sua corrotta figura politica: come ha scritto Michele Serra nemmeno un «cretino di sinistra» può ergersi a paladino di un dittatore. Ma il segnale è lanciato e, come la titolare del pub di Crans Montana che fugge dalle fiamme portandosi via la casa, anche i poteri del mondo si stanno muovendo nel segno di affari, ricostruzioni, interessi giganteschi e bitcoin.
Tutto ciò è il sintomo di qualcosa che non va, di quell’oroscopo 2026 che - ancora una volta - non può che prevedere una politica sempre più in affanno. Sappiamo che le stelle, l’astrologia e la voglia di pronostici in realtà non c’entrano: ma esiste la coscienza di un universo che sta facendo i conti con i risultati del culto della personalità e dell’autoritarismo che in un’era sempre più autoreferenziale (complice l’ego social) plaude ai vincenti. E così l’astro non è un pianeta, ma l’accumulazione di capitali, il potere egemonico crescente dei big, mentre società e Stati appaiono sempre più frammentati, divisi, indeboliti. Come purtroppo appare la gente, immersa nell’incomprensibile deriva del nostro umano sentire, un «popolo» (parola che suona ormai vecchia…) che un tempo tentava di essere unito e che ora è diseguale, diviso da muri alti quanto l’ego, quanto le solitudini che ci circondano.
È tutto perso? No, perché l’illusione degli oroscopi è una metafora potente, è una guida alla speranza. Anticamente, il pronostico, quello che gli antichi chiamavano «vaticinio», era un modo per andare avanti, per osare e se vogliamo lo è anche oggi. Un tempo si celebravano riti, si veneravano profetesse, si interpretavano i segnali. Era pur sempre un modo per sperare e per agire contro le catastrofi abbattute sul mondo (che già c’erano, pure senza Trump, Putin e tutti gli altri!). In Calabria, c’è un luogo meraviglioso che si chiama Capo Vaticano proprio perché qui la profetessa Manto dava auspici e vaticini ai marinai impauriti. E lo stesso avveniva davanti a Vieste, nel bel mezzo dell’Adriatico, dove sull’isola di S. Eufemia i navigatori si affidavano alla Venere Sosandra. Chi ha fede e chi non ce l’ha: tutti sanno sperimentare la speranza e, in fondo, gli oroscopi promettono ordine nel caos e ci aiutano a guardare il cielo, in una realtà proiettata verso la terra, verso quell’abisso che… se lo guardiamo troppo, finisce per guardare noi.
Ed eccoci, instabili e fragili verso un 2026 in cui i mercati decidono più dei governi e delle persone. Il tutto a discapito dell’umanità. L’Italia, Paese in transito permanente, è sospesa in questa fragilità: non cresce e si depaupera di giovani in cui continua a non credere. Rende nebbioso e sfumato il vero problema, che è quello del lavoro e dal quale dipendono poi tutti gli altri, dalle divisioni alle povertà. Altro che globalizzazione, poi: Nord e Sud sempre più distanti; il mondo che è multipolare nei conflitti e unipolare nel potere economico. Chissà, l’oroscopo del 2026 non va letto nelle stelle, ma nei bilanci, nei salari, nelle periferie. E dice una cosa semplice: finché il capitale - sì, lui e non l’umanità - resterà l’unico astro intoccabile, il futuro continuerà a essere altalenante. E torniamo al cielo, alle stelle: nonostante tutto, la speranza e l’azione sono i prestiti fatti alla felicità.
















