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Il Sud? Non è la zavorra del Paese

Il Sud? Non è la zavorra del paese

Di particolare interesse è la lettura su Nord e Mezzogiorno che la Banca d’Italia dà delle traiettorie territoriali del declino italiano

26 Giugno 2022

Luca Bianchi

Inizia oggi la collaborazione con la «Gazzetta» di Luca Bianchi, economista, esperto di sviluppo territoriale e dal 2018 direttore della Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno).

A oltre dieci anni dalla ricerca «Il Mezzogiorno e la politica economica dell’Italia» del 2010, la Banca d’Italia torna ad occuparsi di Sud con il progetto «Il divario Nord-Sud: sviluppo economico e intervento pubblico». Un ritorno di interesse che è la più autorevole delle conferme della centralità odierna della coesione nel disegno delle politiche.

La ricerca restituisce un quadro aggiornato sui divari nei sistemi produttivi, nel mercato del lavoro, nella dotazione di infrastrutture economiche e sociali. Divari che in 12 anni si sono ampliati: tra imprese, per la divergenza regionale quali-quantitativa tra strutture produttive; lavoratori, per l’eccesso di flessibilità che svilisce, soprattutto al Sud, condizioni retributive e standard di vita; famiglie, per diritti di cittadinanza sempre più differenziati tra territori.

Di particolare interesse è la lettura che Banca d’Italia dà delle traiettorie territoriali del declino italiano. Con una diagnosi che bacchetta la visione dominante dell’ultimo ventennio (che, va detto, trova ancora oggi nella Banca più di un sostenitore convinto, finito, pare, in minoranza a Via Nazionale). La questione meridionale è «parte di una più ampia questione nazionale» rispetto alla quale le spiegazioni basate sul «capitale sociale» impallidiscono. Il Mezzogiorno non è stato la zavorra del Paese. Il Sud è scivolato verso l’estrema periferia d’Europa, ma le nostre regioni forti fanno decisamente peggio rispetto alle regioni core del continente. Il Pil pro capite della Lombardia nel 2000 era il 170% della media UE, nel 2019 è precipitato al 127%; il Piemonte è passato dal 141 al 102%. È la fotografia del «doppio divario» (Italia-Europa, Sud-Nord) scattata dalla SVIMEZ che rivive nelle tendenze macroeconomiche tracciate dalla Banca d’Italia, il disconoscimento della tesi della locomotiva frenata dalla zavorra Sud, idrovora improduttiva di risorse pubbliche.

Il che ci porta dritti alla denuncia della Banca d’Italia degli effetti asimmetrici dell’austerità: «Condizioni di bilancio critiche, associate all’elevata rigidità della spesa corrente [..] hanno contribuito a determinare nel Mezzogiorno una minore capacità di spesa per i servizi primari della collettività, non compensata a pieno da trasferimenti perequativi per la mancata definizione dei livelli essenziali di prestazioni (LEP) e il conseguente mantenimento di criteri di allocazione dei trasferimenti statali ancora in larga parte basati sulla spesa storica. Anche la spesa per investimenti [..] ha risentito delle minori disponibilità finanziarie occorse nell’ultimo decennio: le risorse comunitarie di cui hanno beneficiato i Comuni meridionali hanno solo in parte contrastato il calo di quelle risorse nazionali». A ciò si aggiunga l’evidenza, certificata ora anche da Bankitalia di una distribuzione regionale della spesa pro capite in conto capitale sbilanciata a sfavore del Mezzogiorno dal 2008 in poi. Non tradiscano i toni ovattati propri della Banca, il succo è che disinvestimento pubblico, storture e ritardi attuativi della legge delega del 2009 hanno amplificato i «divari di cittadinanza» tra Nord e Sud. Dovrebbero far riflettere in primo luogo i divari nelle infrastrutture sociali, a partire dall’istruzione (dagli asili nido, alle scuole, fino all’Università) con effetti rilevanti sulle competenze degli studenti, sull’abbandono scolastico, sulle migrazioni universitarie. Come non tenerne conto nei giorni del ritorno delle richieste di autonomia differenziata delle regioni del Nord?

L’analisi giustamente non sottovaluta le carenze attuative e i deficit di contesto istituzionale e dell’azione pubblica locale e che stressa ancora il fattore depressivo sulla crescita esercitato, soprattutto in alcune aree del Sud ma non solo, dalla presenza della criminalità. E che evidenza anche il potenziale impatto delle riforme che soprattutto nel Mezzogiorno appaiono ancora più urgenti dalla riforma della giustizia a quella della pubblica amministrazione, alla semplificazione in materia di appalti.
Non mancano, d’altra parte, analisi non condivisibili. Una su tutte è il presunto «ridotto aggiustamento dei salari nel medio periodo ai livelli locali di produttività». Una diagnosi dalla quale segue la cura della differenziazione dei salari tra Nord e Sud per allinearli ai rispettivi livelli di produttività del lavoro e costo della vita. Diagnosi e cura che, oltre a dimenticare che l’allineamento prescritto nei fatti già esiste, eludono la questione dei costi di accesso, più alti al Sud, a molti servizi pubblici. La svalutazione del lavoro è una soluzione «vecchia» da abbandonare. È la stessa Banca d’Italia a suggerirlo, del resto, indicando la via del rafforzamento della base produttiva meridionale per innalzarne i livelli di produttività.

Il rinnovato interesse della Banca d’Italia per il Mezzogiorno suona come la fine della ricreazione per tutti, analisti e decisori pubblici. La lunga stagione della rimozione della questione dei divari territoriali va archiviata. I divari vanno misurati, monitorati nella loro evoluzione, collocati nel contesto internazionale, e considerati dall’azione pubblica, che sulla loro riduzione deve far leva per far crescere il Paese.

La Banca d’Italia, 12 anni fa, suggeriva di rafforzare le politiche pubbliche generali per ridurre i divari Nord-Sud. Non solo politiche regionali, ma un’azione pubblica ordinaria che accogliesse tra i suoi obiettivi il riequilibrio economico, sociale e territoriale. Quel suggerimento sarebbe finito nel vuoto, inghiottito dall’austerità e dal regionalismo all’italiana. Oggi, ci dice la Banca, l’impegno richiesto alle politiche pubbliche va oltre l’orizzonte del PNRR. Come non essere d’accordo. Per non lasciare «da solo» il PNRR, come si è fatto in passato con le politiche regionali, l’attuazione del Piano deve avvenire in stretto coordinamento con le programmazioni dei fondi strutturali, del Fondo Sviluppo e Coesione e della politica ordinaria, sotto una forte regia nazionale e con un presidio continuo sulle capacità attuative a livello locale. Una sfida decisiva per il Paese, non solo per il Mezzogiorno.

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