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Dopo il voto

Se Macron piange, Le Pen e sinistra hanno poco da ridere

Macron, la vittoria e l’angoscia fra ucraina e ue

L’esito del secondo turno delle elezioni legislative fotografa un paese in crisi politica

21 Giugno 2022

Mario Ricciardi

C’è poco da festeggiare leggendo i risultati del voto in Francia. L’esito del secondo turno delle elezioni legislative fotografa un paese in crisi politica, in cui una parte consistente dell’elettorato sceglie di non votare e i suffragi espressi da coloro che invece si recano alle urne manifestano, nel loro complesso, vari modi di reagire all’inquietudine per il futuro.

Se lo sconfitto è Macron, che deve rinunciare alle sue ambizioni olimpiche (il presidente Jupiter) e mettersi a cercare consensi in parlamento (per interposta persona, perché questo compito nell’ordinamento francese tocca al primo ministro), non si può dire che le due forze politiche premiate dal voto abbiano troppe ragioni di ottimismo. Marine Le Pen ha la soddisfazione di aver portato una consistente pattuglia di rappresentanti di RN all’Assemblea Nazionale, dopo essere arrivata al ballottaggio per la presidenza, ma ora deve fare i conti con la fatica quotidiana della politica parlamentare. Un compito nel quale i partiti della destra estrema raramente riescono a eccellere, specie nella politica odierna, che richiede da parte di chi governa la capacità di leggere i dati e di interpretarli, prospettando soluzioni credibili per i problemi del paese.

Come abbiamo visto durante la campagna per la presidenziali, Le Pen si trova in difficoltà quando deve entrare nel merito di questioni cruciali per il futuro della Francia (dalle politiche industriali a quelle della difesa, dall’emergenza ambientale al funzionamento dello Stato).

Le proposte economiche di Macron – forse l’ultimo epigono del neoliberalismo che ha egemonizzato la politica occidentale nel lungo ciclo inaugurato alla fine degli anni Settanta, che ha visto il proprio trionfo all’inizio del nuovo secolo – piacciono sempre meno alla classe media, perché in Francia come altrove nei paesi più sviluppati spaventano quella parte crescente dell’elettorato che teme di trovarsi esclusa dalle cordate “vincenti” di un capitalismo che di “inclusivo” ha ormai ben poco.

Le vecchie ricette neoliberali: più mercato, più competizione tra i lavoratori, rimodulazione del welfare nella prospettiva della responsabilizzazione degli individui, che in parte ne devono anche sopportare il costo, non appaiono più attrattive per chi sente il terreno del benessere e della sicurezza economica che scivola sotto i piedi. Su questi timori Le Pen ha consolidato il consenso che aveva costruito in gran parte per via della reazione anti-islamica agli attentati di Parigi e Nizza, facendo leva soprattutto sul rifiuto della globalizzazione economica da parte di una Francia profondamente attaccata alle proprie tradizioni nazionali, che non si adattano facilmente a uno mondo fatto di interdipendenze e di mescolanze, dove lo Stato ha perso la propria capacità di proteggere lo status dei cittadini.

Questo alimenta un senso di ribellione, che la destra Lepenista ha saputo sfruttare, anche perché è riuscita di recente a darsi un’immagine più presentabile. In parte per via della presenza di Éric Zemmour, un candidato alle presidenziali che era più a destra di Le Pen, e in parte grazie a Macron, che ha tentato di cavalcare alcuni temi “nazionalisti” cari alla destra, per timore di perdere consensi tra i conservatori.

Questo ci porta all’altro protagonista di queste elezioni, Jean-Luc Mélenchon. Pur non essendo riuscito ad arrivare al ballottaggio alla presidenziali, il leader (ma non candidato) del raggruppamento di sinistra NUPES è riuscito a restituire entusiasmo a un elettorato frastornato dalle sconfitte e dal drammatico ridimensionamento del Partito Socialista.

Portare in parlamento un consistente gruppo di rappresentanti di una formazione politica nuova, che potrebbe diventare la prima forza di opposizione, se le formazioni che la compongono rimanessero unite, è senza dubbio una vittoria. Tuttavia, come Le Pen, Mélenchon ha poco da festeggiare. La coalizione che ha messo insieme aveva due nemici: il centrismo neoliberale e la destra nazionalista. Ora che i giochi sono fatti, però, è possibile che si manifestino all’interno di NUPES fratture provocate dal diverso grado di ostilità che i membri della coalizione hanno nei confronti dei due avversari. Qualcuno potrebbe decidere di cercare accordi con Macron, per dare un governo al paese, e contrastare la destra estrema, altri potrebbero invece decidere di godersi lo spettacolo di uno Jupiter che deve scendere dall’Olimpo e trattare sull’agenda politica per procurarsi i consensi necessari. Insomma, la politica francese entra in una fase difficile, che potrebbe condurre a nuove elezioni prima del previsto.

Nella situazione attuale, con la guerra in Ucraina in corso, un quadro internazionale attraversato da tensioni gravissime, e sullo sfondo l’emergenza climatica che comincia ad avere un impatto pesante sulla vita di molti, l’instabilità politica in Francia non è certo una cosa da salutare con gioia. Uno dopo l’altro, i pezzi del puzzle stanno perdendo la propria forma – non collimano più – e nessuno ha idea di come comporre un’immagine che abbia senso.

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