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Referendum al tramonto, oltre al quorum ci vorrebbe anche il cuore

Referendum al tramonto, oltre al quorum ci vorrebbe anche il cuore

Il 12 giugno il popolo italiano è chiamato a pronunciarsi sulla riforma della Giustizia

Lo strumento democratico, dopo l'auge dell'era-Pannella, sembra aver perso il proprio appeal

09 Giugno 2022

Sergio Lorusso

E così ancora una volta giugno è mese di referendum. Come nel 1991, quando il quesito sulla riduzione ad una delle preferenze nelle elezioni per la Camera dei Deputati – poi passato con una schiacciante maggioranza – si scontrò con l’invito un po’ irriverente di Bettino Craxi ad andare al mare piuttosto che a votare. Invito ripreso ironicamente da Luciana Littizzetto a Che tempo che fa, suscitando improbabili polemiche politiche e persino la richiesta di intervento dell’Agcom. C’è chi, evidentemente, ha scambiato una comica per una politica, dimenticando che sono proprio i protagonisti dell’agone pubblico a dare spesso dimostrazione di comicità involontaria.

Domenica, dunque, si vota per cinque referendum aventi come tema la giustizia, sui quali certo non si può dire che si siano concentrati i riflettori dei media e, conseguentemente, l’attenzione dell’opinione pubblica. I motivi sono molti. L’informazione polarizzata ormai da oltre cento giorni sulla guerra tra Russia e Ucraina, il tempo della post-pandemia che induce a desiderare discorsi più «leggeri», la crisi economica dilagante con inflazione e prezzi in rapida ascesa, la tecnicalità insita in alcuni quesiti, il disinteresse consapevole delle forze politiche che non condividendo l’oggetto dei quesiti preferiscono – piuttosto che argomentare sulle ragioni del «no» – far cadere un velo di silenzio sulla competizione referendaria boicottandola e puntando al mancato raggiungimento del quorum. E sì, perché come si sa la Carta fondamentale prevede che la proposta sottoposta a referendum può essere approvata solo se alla consultazione partecipa la maggioranza degli aventi diritto (gli elettori della Camera) (art. 75 comma 4 Cost.). Nel nostro caso, a sentire i sondaggisti, saremmo decisamente al di sotto di tale soglia (in una forchetta tra il 27 e il 31 %, secondo l’Ipsos): meno di un terzo degli italiani dovrebbe rispondere alla «chiamata alle urne».

Ora è indubbio che i quesiti suscitino scarso entusiasmo tra i non addetti ai lavori, risultando – soprattutto alcuni – ai più incomprensibili: occorrerebbe prima sapere che cos’è il consiglio giudiziario per poi stabilire chi e su cosa debba votare al suo interno; occorrerebbe conoscere a fondo le dinamiche elettorali del CSM prima di decidere se modificare o meno le regole di presentazione delle liste. Così come occorrerebbe avere conoscenze di politica criminale per andare oltre la superficie e prendere posizione sul quesito in tema di misure cautelari, con il quale si vuole eliminare l’esigenza cautelare della reiterazione della condotta criminosa che risponde ad esigenze di prevenzione speciale ma esprime al contempo un paradosso (presupponendo quel reato che dovrà essere accertato proprio nel procedimento in corso). Diverso è il caso dell’ipotizzata abrogazione della cd. legge Severino, che prevede l’incandidabilità e il divieto a ricoprire cariche elettive e di governo in presenza di sentenza di condanna definitiva per determinati reati e la sospensione di sindaci e amministratori locali in caso di sentenza di condanna di primo grado: la normativa non è perfetta, ma prospettarne la cancellazione in toto risulta eccessivo costituendo la stessa una delle bandiere della lotta alla corruzione.

Quanto alla separazione delle funzioni dei magistrati, impedendo il passaggio dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti (e viceversa), si tratta di un quesito zoppo, perché il tema è già affrontato dalla riforma Cartabia e perché l’obiettivo più radicale cui mira – la separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, in linea con i modelli di common law – potrebbe essere centrato solo con una riforma costituzionale. Nell’ultimo quarto di secolo si è assistito ad una progressiva disaffezione rispetto allo strumento referendum (abrogativo): se si eccettuano i quattro referendum del 2011, infatti, le numerose consultazioni avviate dal 1997 ad oggi si sono concluse con un nulla di fatto. Ben venticinque quesiti referendari che non hanno superato la prova del quorum.

Legati ad una stagione politica e culturale ormai alle spalle, ed a Marco Pannella, indiscutibile protagonista di una strategia referendaria che ne fece uno strumento politico essenziale, i referendum – che pure costituiscono uno dei pochi scampoli di democrazia diretta del nostro Paese – appaiono insomma sul viale del tramonto, anche perché persi nei mille rivoli di micro-questioni ignote ai più. Questioni che non appassionano la gente come un tempo (divorzio, aborto). Perché i referendum, per essere realmente «popolari» (come recita la Costituzione), devono essere anche una questione di cuore. E non solo una questione di quorum.

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