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L'editoriale

Palline-icone in video e non in aula: così si uccide l'università

Ecco come si soffocano le Università del Sud

Quella didattica che è stata una salvezza durante il Covid conferma un classico dell’italianitudine: non c’è nulla di più definitivo del provvisorio

25 Maggio 2022

Lino Patruno

Forse si sta uccidendo l’università. Ma quante palline hai avuto oggi davanti? Io un centinaio, e tu? Più o meno lo stesso. Le palline, con le iniziali del nome e del cognome, altrimenti dette icone, sono ciò che è rimasto oggi degli studenti universitari. Quelli che ormai in maggioranza seguono le lezioni a distanza. E che neanche sul computer, pur potendolo, si presentano in carne e ossa, si fanno vedere. Palline. Collegamento acceso in piattaforma ma webcam spente dietro le quali ci può essere di tutto. O uno sbadigliante in pigiama. O uno che, mentre il docente parla, sta in chat con gli amici. O uno che comunque non libera il docente dalla frustrazione di non sapere chi, e se, lo sta ascoltando. Ho duecento iscritti e ne ritrovo in aula sei.

Quella didattica che è stata una salvezza durante il Covid conferma un classico dell’italianitudine: non c’è nulla di più definitivo del provvisorio. Essendo diventata un’abitudine ora che il Covid in decrescita felice affolla i bar dello spritz ma svuota le aule. Ormai il deserto abita facoltà che un tempo brulicavano di ragazzi per i quali la caccia al posto era una scommessa ma anche una giusta pretesa giornaliera. Perché esserci lo consideravano un diritto più che un dovere.

Ora il diritto o l’abuso è non esserci pur essendo superata la necessità. E quel mondo colorito e vociante di formazione non solo culturale si è frantumato in numeri di matricola che, se comunicano fra loro, comunicano soltanto per WhatsApp: ragà, qualcuno ha preso gli appunti? E un giorno quelli che si chiamavano compagni di corso non potranno più riconoscersi come fino a poco fa perché magari non gli è mai capitato di guardarsi in faccia. Neanche agli esami anch’essi contagiati di remoto.

Cominciato male, finito peggio. Quanti film e romanzi ora impossibili. Dice: è più comodo. Dice: è meno costoso per fuorisede e pendolari. Dice: e come vado se piove? Così scompare il senso di una comunità che in passato ha creato una società. Svilito in voci che spiegano senza un fiato di risposta. E in orecchie che ascoltano senza un fremito di partecipazione. Non più un dialogo continuo. Ma monologhi senza occhi che si incontrano, espressioni che si misurano, volti che si confrontano. Manciate di ore senza più una manciata di vita. E dalli a dire che l’università è presenza o non è. Allora non è.

Sa, professore, noi viviamo ormai il tempo della distanza. Il vederci per noi è sentirci. E il parlarci per noi è chattarci. E anche insieme siamo ciascuno sul suo cellulare. Siamo una gioventù on line. Ma senza Covid mai sarebbe stato così, non credete? E non è detto che questo effetto collaterale della pandemia debba durare oltre la pandemia. Finché entra in azione il solito pronto soccorso sociologico ad attribuire alla società la colpa di comportamenti individuali. I ragazzi non mostrano cultura della responsabilità? Allora ci vuole una nuova università. Magari tutte telematiche, alle quali nessuno impedisce di iscriversi. E chiediamoci noi se facciamo a sufficienza per renderla più attrattiva manco fosse uno show in difetto di audience. Ci vuole un nuovo linguaggio.

Ma l’università non è la scuola dell’obbligo, è scelta. E l’attenzione e il profitto sono un affare tuo, non altrui. Così forse, nuovo per nuovo, è più urgente un nuovo patto generazionale. Che senza paternalismi ristabilisca la concezione di crescita. E stabilisca che comodità non fa rima con legittimità. Il lezionificio e l’esamificio danneggiano più chi deve imparare che chi deve insegnare. È vero che chi ha cominciato l’anno così non poteva pagarsi inutilmente un fitto solo per gli ultimi mesi. Ma da sempre l’università è stata piacere e sacrificio, cammino e traguardo. Non serve a nessuno che sia una Itaca nella stanza di casa.

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