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Grazia la dura, che fa un lavoro «da uomini»

La giovane manager è responsabile unica di un impianto pilota a Gioia del Colle, dove si fa sperimentazione ed industrializzazione di processi per la combustione di rifiuti e combustibili, il Dismo
Grazia Di SalviaSiede su una sedia «calda» senza alcun timore, anzi accettando ogni giorno la sfida. Grazia Di Salvia è giovane, ha 33 anni, ed è site manager (responsabile unica) di un impianto pilota di Itea (gruppo Sofinter) a Gioia del Colle, dove si fa sperimentazione ed industrializzazione di processi per la combustione di rifiuti e combustibili, il Dismo, che tante polemiche ha sollevato e continua a creare tra ambientalisti e cittadinanza. Coordina il lavoro di 15 collaboratori tutti laureati che portano avanti ricerche per brevetti internazionali sullo smaltimento di scorie e rifiuti, temi che per Grazia sono pane quotidiano.
«Nella mia vita non sono mai scesa a compromessi - sottolinea - ho trovato la mia strada attraverso un percorso dove è sempre la voglia di misurarmi con quello che non conosco a determinare le mie scelte».
Giovane, minuta, con una grinta che le fa lampeggiare gli occhi quando parla, Grazia Di Salvia è la storia di una donna che parte dalla Puglia e ci ritorna, in un percorso dove la famiglia e la riconoscenza a chi l'ha sostenuta nel suo lavoro è granito di base.
«Sono di San Nicandro Garganico, dove ancora oggi vivono i miei genitori, lì ho studiato sino alla maturità classica, per poi andarmene via per l'Università». E qui iniziano già le «stranezze», Grazia sterza violentemente, da una formazione umanistica alla scienza più estrema, scegliendo la facoltà di Chimica industriale a Bologna. «Mia nonna mi dimostrava tutte le sue perplessita: 'è una cosa da uomini', mi diceva; ma io ero e sono una testa dura, c'era il fascino della materia sconosciuta e anche molta incoscienza», conclude ridendo.

Un confronto duro cercato con ostinazione da Grazia, specie i primi tempi. «Per quasi un anno e mezzo andavo a seguire le lezioni e non capivo praticamente nulla di quanto i professori spiegavano, ma più difficoltà incontravo e più stavo sui libri, notte e giorno. Non mi sono mai pentita».
Chimica industriale è una facoltà anomala: degli oltre 30 esami in ordinamento metà riguardano materie chimiche e laboratori e l'altra metà studi ingegneristici. «Mi sono laureata nel 1999 - racconta Grazia - con una tesi fatta all'interno dello stabilimento Enichem di Ravenna - mi proposero anche di restare a lavorare, ma rifiutai per il desiderio di misurarmi con quanto poteva esserci fuori. Idealmente all'Enichem di Ravenna si era avviato il mio destino e con la mia tesi pagavo il mio debito: in V° ginnasio durante una gita scolastica l'autobus sbagliò strada di accesso alla città e attraversammo lo stabilimento. Era sera e ricordo le luci colorate, questo senso di immensità e mentre i miei compagni commentavano negativamente la puzza o lo squallore, io ne fui affascinata: in quel momento giurai a me stessa che sarei tornata per scoprire come funzionava quel gigante. Una volta fatto con la mia tesi, ero pronta per altre sfide».

E le sfide arrivano da Firenze ed uno studio di consulenze in campo ambientale e poi di nuovo a Bologna richiamata dal suo professore Alfredo Riva in un'altro studio di consulenza per le valutazioni di impatto ambientale. «Il professor Riva è una delle tre persone a cui devo molto per quello che oggi sono - spiega Grazia - un altro è Walter Ganapini (attualmente presidente di Greenpeace Italia, ndr.) con il quale mi sento spessissimo, per fare tesoro dei suoi consigli e Massimo Malavasi il mio ex capo in Itea a Bologna».
Ci sono persone che entrano nella nostra vita e la cambiano, in bene, in male è irrilevante, capita spesso che ci si dimentichi della riconoscenza che si deve loro, mentre dall'esterno è facile fraintendere il rapporto di stima che si crea, specie quando da una parte è una giovane donna e dall'altra uomini affermati.
«Sono arrivata all'interno dell'impianto dell'Itea di Bologna il 19 marzo 2002 avevo un appuntamento con il responsabile del settore ricerca e sviluppo, Massimo Malvasi, per un colloquio. Era una splendida giornata di sole e quando entrò nella stanza dove mi avevano fatto sedere, mi alzai per salutarlo, porsi la mano e sorrisi. In quel momento mi gelò. Mi disse: 'si sieda, non siamo ad un concorso di veline'. Il colloquio durò dalla mattina sino all'ora di pranzo, un massacro». Che pochi giorni dopo si trasforma in un lavoro.

Dopo i primi passi al fianco di Malvasi a Bologna la proposta: scendere a Gioia del Colle per avviare un impianto sperimentale. «Più che una proposta fu un'indicazione secca - racconta Grazia ridendo - mi dissero: 'da domani vai in Puglia per un paio di anni'. Ne sono già passati quattro. Solo che inizialmete mi sono sentita mancare, dopo 13 anni a Bologna che sentivo ormai essere la mia città, non è stato semplice. I miei ne sono stati entusiasti, io molto meno».

Donna, giovane, a capo di una struttura all'avanguardia in un settore delicato come quello dello smaltimento dei rifiuti e al Sud, gli ingredienti per nutrire qualche timore ci sono tutti. «Capita che mi scambino per la segretaria, mi chiedono del dottor Di Salvia e di portar loro una tazza di caffè, poi quando mi vedono seduta dietro la mia scrivania impallidiscono. Se l'equivoco non nasce dal pregiudizio mi diverto, ne ho fatto il mio punto di forza, più mi si sottovaluta più mi è semplice emergere. Chi non crede nelle tue capacità non ti ostacola».
Solo che non è sempre semplice, capita anche che pregiudizi antichi feriscano: «Qualche anno fa, arrivata da poco a Gioia mi è capitato un'episodio spiacevole con funzionari pubblici locali: si rifiutarono categoricamente di collaborare con me perchè donna, solo in quel momento ho pensato di lasciare tutto e tornare a Bologna».
Grazia è rimasta ed ogni giorno sceglie di rimanere «ma se domani mi offrissero un nuovo incarico, magari di progettare aeroplani, di cui non so nulla, direi di sì».
Ride e maschera le difficoltà di un lavoro «da uomini» con una scelta che la porta a «vivere in una casa vuota». «Meno male che ci sono le amiche - spiega -. Dicono di venire in Puglia per trovare me, ma io lo so che è perchè si sono innamorate di questa terra», come Grazia.
Rita Schena

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