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Addio a Jean-Paul Fitoussi l’economista anti-austerità

Addio a Jean-Paul Fitoussi l’economista anti-austerità

Scomparso a 79 anni legatissimo all’Italia, criticò le politiche rigoriste dell’Ue

16 Aprile 2022

Leonardo Petrocelli

Un ubriaco si aggira intorno a un lampione in cerca di qualcosa. Gli si avvicina un vigile che, incuriosito, domanda: «Cosa sta cercando?». «Le chiavi», risponde l’altro. «Ed è sicuro di averle perse proprio qui?». «No - replica l’ubriaco con sicurezza - ma le cerco qui perché c’è luce». Secondo Jean-Paul Fitoussi, economista francese di origini tunisine (era nato a La Goulette, vicino Tunisi), scomparso l’altra notte all’età di 79 anni, in questa immagine c’è tutta la follia dell’economia contemporanea: non un’analisi della realtà, ma una dottrina che dalla realtà prescinde e cerca le chiavi del problema lì dove brilla l’unica luce che conosce, quella del neoliberismo e dei rigidi vincoli di bilancio. Una trappola di cui Fitoussi – col suo celebre Teorema del lampione (2013, Einaudi) - non si stancò mai di denunciare i guasti.

Passato alle cronache come nemico dichiarato dell’austerità, Fitoussi spese la sua vita a cavallo tra la Francia e l’Italia, Paese a cui era legatissimo e dove trascorse, negli anni di impegno all’Istituto di Studi Europei di Fiesole, «uno dei più bei periodi» della sua vita. Un abbracciare due terre certificato anche dall’«ambo» delle onorificenze - la Legion d’Onore e il titolo di Commendatore al merito della Repubblica Italiana -, nonché dagli insegnamenti all’Istituto Sciences Po di Parigi e alla Luiss di Roma. Un economista «mediterraneo», dunque, con un curriculum infinito e un lungo tratto di strada percorso insieme ai Nobel Jospeh Stiglitz e Amartya Sen, con cui guidò, tra le altre cose, la commissione voluta da Sarkozy per monitorare il progresso sociale e l’aumento delle disuguaglianze.

La sua era una formazione keynesiana con tutti i corollari dottrinari del caso: sostegno alla domanda per puntare alla piena occupazione, attenzione alle nuove povertà e all’esclusione sociale. Una prospettiva che lo portò a criticare duramente i falchi del rigorismo europeo, le politiche monetarie restrittive di Bruxelles e le scelte ultra-liberiste di quel Macron che, pure, nel suo anti-sovranismo, aveva sostenuto con convinzione nel 2017. Naturalmente, da qui a farne un rivoluzionario o un eretico ce ne passa. La visione di Fitoussi era profondamente incardinata nell’unità europea e nell’importanza di una moneta unica di cui però denunciò la sottrazione al controllo democratico già nel suo celebre Il dibattito proibito (il Mulino) del 1997, un testo che conserva ancora oggi una profonda attualità. Le note fuori dallo spartito, nella sua lunga carriera, non mancarono a cominciare da quel rapporto dell’Ofce, il prestigioso centro di ricerca francese da lui diretto per anni, che certificava, contro la vulgata comune, la «tenuta» della lira in caso di uscita dall’euro. O la recente critica alle sanzioni alla Russia («colpiranno il popolo, non Putin, e cresceranno le disuguaglianze») o ancora quell’applauso indiretto ai populisti europei per paura dei quali - vaticinava - l’Unione si sarebbe data finalmente una scossa. E, in effetti, senza la minaccia dei tanti ruggiti sovranisti è probabile che oggi Bruxelles continuerebbe a contare le pulci a tutti anziché staccare gli assegni del Pnrr che, pure, gratis non sono.

Il suo, dunque, era un profilo complesso, al punto di unire il premier Mario Draghi e gli ex 5 Stelle all’opposizione, in un applauso comune. Ma in questo ballo fra ortodossia ed eterodossia una lezione è ormai radicata nel sentire comune: la bocciatura del Pil come strumento di calcolo del benessere. «Il PIL ha dei limiti – spiegò Fitoussi in una delle ultime conferenze italiane - e noi dobbiamo misurare anche ciò che le statistiche non fanno. Il PIL è una media e nessuno si riconosce in una media. La media non cambia quando la disuguaglianza aumenta». Qualcuno, ancora oggi, dovrebbe prendere appunti.

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