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«The Nest»

La Puglia sbanca nel mondo horror: ecco l'opera del cineasta De Feo

«Il Nido» del regista barese è uno dei migliori film horror degli ultimi anni

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THE NEST - IL NIDO. Regia di Roberto De Feo. Interpreti: Francesca Cavallin, Justin Korovkin, Ginevra Francesconi, Maurizio Lombardi, Gabriele Falsetta. Orrore. Italia, 2019.

Che bello che uno dei migliori horror di questi anni, nonché uno dei migliori film in assoluto dell’anno, sia un’opera prima battente bandiera italiana. E che l’autore, Roberto De Feo, trentottenne, sia barese e con un curriculum di tutto rispetto che include anche il cortometraggio Ice Cream firmato in coppia con Vito Palumbo.

Ha ragione però De Feo quando dice che il contrassegno orrorifico sta stretto al suo The Nest – Il nido, poiché in un certo senso rischia di connotarlo troppo, laddove siamo di fronte a una parabola nera e visionaria a largo spettro sull’impossibilità di considerare il «nido» familiare un luogo mentalmente sano e fisicamente sicuro. Il rischio è che possa intercettare solo spettatori appassionati del genere in questione, mentre le ambizioni del film, supportate dal risultato impeccabile, sono assai più alte e altre. Ciò nondimeno fa piacere che comunque The Nest assecondi l’impianto del film dell’orrore perché ne dimostra l’estrema ricchezza di spunti e la capacità di veicolare temi con una forza metaforica senza pari.

Ma ciò che rende questo film d’esordio un unicum nel suo (non) genere è la capacità di non avere nulla da invidiare ad opere concepite e prodotte nel resto del mondo. Di più: la sua forte, inconfondibile, morbosa impronta italiana. Se dovessimo cercare un retroterra culturale, estetico, persino politico non è ai maestri dell’horror inglese e statunitense che occorrerebbe guardare più di tanto, ma al retroterra cupo, ossessivo, claustrofobico, familista e amorale del cinema di Luchino Visconti, Pier Paolo Pasolini, Marco Bellocchio e Salvatore Samperi.

The Nest rimodula infatti con impressionante maturità, consapevolezza e in chiave oltremodo inquietante, certo giocando con il maggiore genere di riferimento suddetto, gli impianti di Vaghe stelle dell’Orsa, La caduta degli dei e Gruppo di famiglia in un interno, Teorema e Salò o le 120 giornate di Sodoma, I pugni in tasca, Nel nome del padre e Salto nel vuoto, Grazie zia e Uccidete il vitello grasso e arrostitelo. Gli spazi chiusi, gotici, inquietanti, dominati da strutture matriarcali, di cui il personaggio di Elena interpretato da Francesca Cavallin è l’epicentro, in omaggio alla memorabile Barbara Steele, appartengono a livello strutturale all’inconscio collettivo italiano, ai suoi fantasmi di lunga durata, ad atmosfere soffocanti in cui il privato, per estensione, sfocia nel politico, e il senso di oppressione diventa metafora delle odierne pulsioni sovraniste.

Non c’è che dire: questa simmetrica parabola sulla presunta tenuta felice e protetta della sinistra Villa dei Laghi dove, al riparo dal mondo ostile, nasce e si consuma l’educazione sentimentale dell’adolescente Samuel, bloccato sulla sua sedia a rotelle, è lo specchio scuro e lo spettro retroattivo di un’istanza tragica e insostenibile di autarchia edipica. Un piccolo gioiello italiano, nel profondo.

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