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BRINDISI - Trasfusione di sangue infetto: il Tribunale di Lecce ha accolto la domanda di risarcimento danni presentata da una 55enne brindisina - per il tramite del suo legale di fiducia, l’avv. Mario Lazzaro di Martina Franca - e ha condannato il ministero della Salute al pagamento di una somma pari a 250mila euro.
La sentenza di primo grado è giunta nei giorni scorsi, ripagando - ma solo in minima parte - il danno permanente subito dalla donna a seguito di un intervento chirurgico risalente addirittura al 1979 ed effettuato nell’allora sede dell’ospedale brindisino, ovvero il «Di Summa». Fu in quell’occasione che alla paziente - all’epoca 18enne - fu trasfuso sangue infetto, in conseguenza del quale venne trasmesso alla donna il virus Hcv e, di riflesso, l’epatite C. Per lungo tempo, la malattia è rimasta latente, sino a quando, rimasta incinta nel 1998, all’atto di effettuare le dovute analisi per una corretta gravidanza, fu resa edotta di essere positiva all’anzidetto virus. Successivamente, la stessa donna ha convissuto con tale «peso» (e con tutte le annesse preoccupazioni) per altri nove anni, poi nel 2007 hanno iniziato a manifestarsi in maniera chiara e visibile i sintomi della malattia ed è stato in quel preciso istante che la malcapitata signora ha deciso di rivolgersi ad un legale per chiedere il risarcimento del danno.
L’avv. Lazzaro ha così citato in giudizio dinanzi al Tribunale di Lecce (competente territorialmente quando l’assistenza giuridica viene svolta dall’Avvocatura dello Stato) il Ministero della Salute, il quale a sua volta ha fondato la sua difesa sull’eccezione di prescrizione del diritto. In questi casi, infatti, il termine entro il quale la domanda di ristoro dei danni può essere esercitata è di cinque anni, ma con una non trascurabile particolarità, peraltro ribadita anche in giurisprudenza con alcune recentissime sentenze della Corte di Cassazione. Il riferimento è al cosiddetto principio dell’exordium praescriptionis che consente alla parte lesa di avanzare domanda di risarcimento anche a distanza di tanti anni dalla scoperta della malattia a condizione che la patologia (come nel caso del virus Hcv) sia sia manifestata nei suoi elementi irreversibili molto tempo dopo. Nel caso della 55enne, i sintomi sono venuti inequivocabilmente a galla soltanto nel 2007 e, dopo pochi mesi, la stessa ha instaurato il giudizio per cui l’eccezione di prescrizione è stata rigettata dai giudici che hanno poi accolto la sua domanda, nonostante le difficoltà incontrate in sede probatoria a causa di una grave omissione da parte del personale medico che partecipò all’intervento chirurgico del 1979 e che non provvide all’annotazione della trasfusione di sangue.
Dopo un lungo calvario, insomma, finalmente un po’ di... “luce” per una donna ha dovuto combattere anche con le ripercussioni psicologiche di una malattia tra le peggiori con cui convivere.

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