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In Puglia e Basilicata

il caso

Le mura di Ostuni invase dai capperi: la gente si ferma a raccoglierli

cappero ostuni

Ma il rampicante rappresenta un pericolo: le radici rischiano di disgregare la malta

22 Luglio 2022

Angelo Sconosciuto

OSTUNI - «Capparis spinosa», avrebbe stabilito Linneo, senza interessarsi di un’indicazione geografica protetta (Igp), né della lista dei Prodotti agroalimentari tradizionali italiani (Pat). Al massimo avrebbe spiegato che si tratta di un «cappero», arbusto che a Pantelleria sarebbe diventato il simbolo dell’isola. Qui però siamo in Puglia, ad Ostuni, in provincia di Brindisi, ed il fiorire di questi arbusti spontanei richiama l’attenzione non solo dei residenti, ma anche dei turisti e dei villeggianti che, una volta visti gli ostunesi raccoglierli, provano anche loro a farne incetta. Se dunque al mattino si passa ad esempio nei pressi del «Ponte del poveruomo», sotto le mura urbane, e si nota la gente con le braccia alzate, non è che questa sia impegnata in qualche esercizio ginnico: nossignori, è partita per ciascuno di costoro l’«operazione cappero».

«Questa credo sia la parete di capperi più bella - dice un anziano ostunese che non intende presentarsi -. Questa del ponte del “Poveruomo” è esposta a tramontana; è ricoperta da una cascata di cespugli di cappero e così si vedere la bellezza di questa pianta». In effetti, abbarbicati sul muraglione del ponte, le piante e i frutti spontanei tipici di questo territorio, «vengono raccolti ancora a mano di mattina presto, fatti riposare e spurgare sotto sale per il tempo necessario, pronti ad accompagnare le ricette della tradizione che le massaie o i ristoranti e le pizzerie utilizzano per le varie pietanze», ci conferma.

Questi giorni di luglio, poi, sono quelli migliori, perché i boccioli vanno raccolti quando sono di un bel colore verde oliva e prima della fioritura. E lungo viale Oronzo Quaranta lo spettacolo è simile: anche qui massaie che di prima mattina o nel tardo pomeriggio, spezzano con le unghie, ed alla svelta, i piccoli boccioli dei capperi che, «più piccoli sono, più pregiati vengono considerati». E chi non raccoglie, documenta lo spettacolo dei grandi cespugli pendenti. A Ostuni li chiamano «macchie» e sono un bel vedere tra il bianco calce della città vecchia, ubicata in alto, e l’azzurro del mare.

Fin qui tutto bene. Ma c’è chi adombra una questione di non poco momento: la pericolosità di questi arbusti per le murature antiche. «Mi hanno spiegato che oltre a ricoprire la muratura, creano danni meccanici e disgregano la malta tra i giunti della muratura. Le piante di cappero sono pericolose anche perché creano l’ambiente adatto per far impiantare altre piante infestanti - dice ancora il vecchio raccoglitore -. È una pianta che attecchisce tra la malta dei giunti delle murature; occupa i posti meno raggiungibili». Negli ambienti dei tecnici ostunesi si dice che «in alto e con la migliore esposizione al sole, proprio i cespugli dei capperi svolgono un’azione distruttiva principalmente attraverso la pressione che esercitano a causa dell’accrescimento del loro apparato radicale che può spingersi molto in profondità nelle fratture della muratura o crearne di nuove producendo sconnessioni con conseguenti danni meccanici oltre a facilitare l’ingresso dell’acqua che favorisce l’innescarsi di ulteriori fenomeni di degrado». Insomma, piante «pericolose» anche perché le radici «disgregano la malta tra i giunti della muratura e c’è bisogno dell’intervento degli operai per il loro svellimento». E, ciliegina dell’ultim’ora, una grande pianta di cappero è spuntata sulla cupola della chiesa di San Vito Martire, quella delle «Monacelle», sede del museo dov’è conservata la donna del Paleolitico. Il presidente dell’Istituzione Museo ha informato gli Uffici comunali perché - diciamo noi - il cappero lì proprio non può stare.

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