La panchina di piazza Plebiscito, a Barletta, è rimasta vuota. Da più di una settimana nessuno attende lì i volontari dell’Ambulatorio popolare. È il segno più triste dell’assenza di Jacopo Musti, il 49enne senza fissa dimora morto dopo un violento pestaggio. Su quella stessa panchina, trasformata per un pomeriggio in luogo di memoria, circa un centinaio di persone si sono raccolte in silenzio per un «funerale popolare» organizzato dall’associazione Ambulatorio popolare.
La vicenda affonda le radici nei fatti avvenuti tra il 10 e l’11 aprile. Secondo la ricostruzione dei carabinieri, Jacopo sarebbe stato aggredito da un 47enne barlettano anche lui senza dimora al culmine di un litigio. Pugni e calci, molti diretti alla testa, sferrati per diversi minuti, anche quando la vittima era ormai inerme su una panchina. Le lesioni hanno provocato una grave emorragia cerebrale, sfociata in coma e poi nel decesso, avvenuto il giorno successivo all’ospedale Dimiccoli. La procura di Trani ha disposto il fermo dell’indagato per omicidio volontario aggravato: il gip ha convalidato il provvedimento, disponendo la custodia cautelare in carcere. L’uomo si è avvalso della facoltà di non rispondere.
Jacopo, originario di San Ferdinando, era arrivato a Barletta dopo un percorso difficile, segnato da dipendenze e cadute. Un passato da manager nel settore della telefonia, una vita professionale solida poi incrinata in pochi anni, fino alla marginalità. Negli ultimi mesi aveva trovato un punto di riferimento nella rete di assistenza cittadina.
«Jacopo era una persona stupenda, perché non soltanto capiva le difficoltà della propria vita ma ci aiutava ad aiutare anche quelle degli altri», ha detto Cosimo Matteucci, presidente dell’Ambulatorio popolare. «Era un grandissimo amico. Da morto diventa un messaggio alle istituzioni, a tutta la politica. Il problema dei senza fissa dimora e della povertà non riguarda solo Barletta. L’assistenza così com’è non funziona più: è insufficiente. Servono strutture adeguate, luoghi in cui le persone possano sentirsi persone, percorsi di inclusione sociale e lavorativa. Queste persone devono essere riabbracciate da una società che troppo spesso le marginalizza».
Matteucci insiste su un punto: «Non conosco nessuno che possa dire di aver scelto di vivere così. Jacopo insegna anche questo: era un manager, iper qualificato, con ruoli importanti. In quattro o cinque anni le vicissitudini della vita lo hanno portato dove si è trovato. Questo può accadere a chiunque».
Dal Nord è arrivata anche la voce di chi lo conosceva prima. Agata, amica di Imperia, ha affidato a una lettera il ricordo: «Era una persona intelligente, molto generosa. Aveva sbagliato con i suoi affetti più cari e se n’era andato in silenzio a cercare una nuova strada. Ma il tarlo nella testa lo rodeva e lo silenziava bevendo. Quando entri in quel tunnel il corpo chiede sempre di più e non ne esci senza qualcuno che ti indichi la strada. In strada chi si ferma davvero ad ascoltare?».
Alle parole dell’Ambulatorio popolare hanno replicato con una nota congiunta il Comune di Barletta, la Croce Rossa, la Caritas diocesana e la parrocchia di San Benedetto. Gli enti hanno sottolineato che Jacopo «è stato ascoltato, assistito ed aiutato costantemente», evidenziando come gli fosse stato offerto un pasto caldo e un posto letto nel dormitorio, «spesso rimasto vuoto». Nella stessa nota si invita a evitare «strumentalizzazioni della fragilità umana» e a rispettare la volontà della famiglia, contraria a manifestazioni pubbliche.
















