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In Puglia e Basilicata

La sentenza

«Casaleggio come i Casalesi», il giudice di Trani dà torto al guru 5 Stelle

«Casaleggio come i Casalesi», il giudice di Trani dà torto al guru 5 Stelle

Il Tribunale di Trani: «Accostare i grillini al clan non è diffamazione, è una critica alla gestione dei parlamentari»

15 Maggio 2022

Massimiliano Scagliarini

BARI - Non è diffamatorio affermare che i Cinque Stelle sono «proprietà privata di una ditta commerciale che attraverso una piattaforma informatica […] comandano come dei burattini 338 parlamentari», nè tantomeno paragonare la Casaleggio Associati al clan camorristico dei Casalesi o descrivere i grillini come una «setta». Lo ha stabilito il Tribunale civile di Trani, cui la società milanese (che nel 2005 ha contribuito a inventare il fenomeno di Beppe Grillo) si era rivolta chiedendo un risarcimento da 100mila euro a Carlo Vulpio, inviato del «Corriere della Sera», e all’emittente Tele Dehon.
Durante il programma «Speaker’s corner» del 30 gennaio 2019 il giornalista ha parlato della Casaleggio come una «setta» che imporrebbe ai parlamentari grillini il pagamento di 300 euro al mese e - «in caso di dissenso dall’indirizzo politico del Movimento» - anche «la somma di 100.000,00 euro». Ma il Tribunale (giudice Elio Di Molfetta) ha ritenuto che il giornalista (difeso dall’avvocato Vincenzo Giancaspro) abbia esposto «con un linguaggio colorito» fatti sostanzialmente veri attraverso «una narrazione dei fatti inestricabilmente legata ad opinioni personali».

Il giudice ha infatti osservato che il rapporto tra Casaleggio, associazione Rousseau e partito politico è stato analizzato negli anni da articoli di giornale e libri, e che lo stesso statuto dell’associazione (che gestiva il blog grillino) prevede in effetti «che tutte le decisioni formalmente ascrivibili al “Movimento 5 Stelle” sono o sono state vagliate e assunte attraverso la piattaforma Rousseau» di cui sarebbe dominus Davide Casaleggio, «al contempo legale rappresentante della Casaleggio Srl e creatore della piattaforma». Stesso discorso per i 100mila euro, previsti dal codice etico del Movimento «(anche) in caso di dimissioni anticipate dalla carica determinate da “motivi di dissenso politico”».

Il Tribunale ha poi ritenuto legittimo l’accostamento tra la Casaleggio e il clan dei Casalesi. Vulpio aveva parlato di «un’associazione che ha fini politici», che «fa capo alla società privata dei Casalesi, la Casalesi e Associati», e aggiungendo che «politicamente per me i veri Casalesi in Italia sono questi della Casalesi e Associati. Gli altri sono un gruppo cruento, sanguinario, pericoloso, ma ormai anche fuori gioco, ma politicamente i Casalesi d’Italia stanno lì e da lì profilano tutti i loro adepti come una setta quale può essere Scientology». La Casaleggio aveva ritenuto diffamatorio l’accostamento con la mafia, ma la sentenza ha inquadrato il discorso in un quadro più ampio: Vulpio, ha scritto il giudice, «non ha usato il nome dei Casalesi in assenza di qualsiasi elemento di verità a suo sostegno e in assenza di alcuna giustificazione, ma ha ben circostanziato tale uso al modo di agire della Casaleggio nel rapporto con i parlamentari e gli esponenti politici del “Movimento 5 Stelle”, nel senso di ritenere strettamente verticistico tale rapporto e quanto meno discutibile da parte di questi ultimi una qualsiasi forma di dissenso dalle direttive asseritamente loro imposte dalla società attrice». Casaleggio dovrà pagare 5mila euro di spese legali.

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