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Barletta, Di Leo ucciso dopo lite per leadership sui frutti di mare: confermato ergastolo per sicario

Carcare a vita per Antonio Rizzi, originario di Barletta ma residente a Trani: il delitto nella pescheria fu premeditato

carcere

Ergastolo. La prima sezione della Corte di Assise di Appello di Bari ha confermato la sentenza pronunciata dalla Corte di Assise di Trani nel dicembre 2019: ergastolo per Antonio Rizzi, oggi 47enne, nato a Barletta, ma da anni residente a Trani. I giudici (presidente Gabriele Protomastro, a latere Francesco Zecchillo e Lorenzo Gadaleta) hanno ribadito il verdetto emesso in primo grado dalla Corte di Trani presieduta da Giulia Pavese.

Rizzi (difeso dagli avvocati Francesco Santangelo e Giancarlo Chiariello) è stato riconosciuto colpevole dell’uccisione di Francesco Di Leo, 39 anni, nato a Canosa, ma residente a San Ferdinando di Puglia, dove gestiva una pescheria. E quella domenica mattina (era il 3 luglio del 2016) era venuto come suo solito a Barletta per approvvigionarsi dei mitili da rivendere. Erano trascorse le 7 da una ventina di minuti. Il titolare del punto vendita all’ingrosso, Ruggiero Lattanzio, all’epoca 54 enne, non era ancora arrivato. Il killer, invece, sì.

Entrò in un negozio per la vendita di ghiaccio col fucile a canne mozzate, ma si accorse di aver sbagliato locale. Uscì ed entrò nella pescheria lì vicino, dove esplose 8 colpi di pistola calibro 7.65 (3 dei quali rivelatisi mortali) nei confronti di Di Leo, vittima innocente della furia omicida. Nel mirino dell’assassino non v’era lui, bensì lo stesso Lattanzio, detto «non lo so», esponente di spicco della mala barlettana, ucciso il 15 gennaio 2019 in via Luigi Dicuonzo, sempre a Barletta, da Alessandro Cacciatore, 30 anni, che la notte di San Silvestro 2018 aveva avuto un violento litigio con il figlio di Lattanzio.

A portare all’arresto di Rizzi furono le indagini condotte dalla Sezione operativa dei Carabinieri di Barletta, col coordinamento del sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia, Giuseppe Maralfa, che nel febbraio del 2018, chiese ed ottenne dal gip di Bari, Alessandra Susca, l’emissione di una ordinanza di custodia cautelare.

Gravi, precisi e concordanti si sono rivelati gli indizi e le fonti di prova messi assieme dai carabinieri. A cominciare dal filmato di una telecamera fissa in piazza Marina, nel quale Antonio Rizzi veniva ripreso nell’atto di entrare nella pescheria. Per passare poi alle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia e alle testimonianze contraddittorie di alcuni testimoni che asserivano di aver visto Rizzi nei minuti in cui si compiva il delitto e per i quali fu aperto un procedimento a parte per false dichiarazioni.

Da una Fiat Tipo rubata di colore grigio (l’uomo alla guida non è stato mai identificato) scese Rizzi col volto coperto e armato di fucile. Entrò nel negozio «sbagliato» e ve ne uscì subito dopo, per entrare nella rivendita di prodotti ittici, cercando l’obiettivo «sbagliato».

Non prima, però, di aver prelevato dall’auto una pistola calibro 7.65, visto che il fucile si era nel frattempo inceppato. Di lì l’esplosione degli 8 colpi in rapida successione ad altezza uomo. Per il povero Di Leo, sottoposto ad intervento chirurgico nell’ospedale «Mons. Dimiccoli» di Barletta, non ci fu nulla da fare. Era «nel posto sbagliato al momento sbagliato», per quanto l’espressione possa suonare assurda e inaccettabile.

Ma perché Rizzi quella mattina si presentò in piazza Marina armato di fucile e pistola? Il giorno precedente, secondo quanto ricostruito dai carabinieri, c’era stato un aspro confronto tra Lattanzio e i due soci di Rizzi nella pescheria gestita a Trani. I due avrebbero «notificato» a Lattanzio la volontà di Rizzi di monopolizzare l’acquisto di frutti di mare sulla piazza barlettana. Lattanzio replicò all’annuncio, malmenando i due. L’indomani la «spedizione punitiva». A far quadrare le indagini dei carabinieri e del sostituto Maralfa furono anche le dichiarazioni di due collaboratori di giustizia.

Dopo aver visionato il video dell’agguato su YouTube, il primo dei due riconobbe Rizzi e disse: «Ha un modo tutto suo di camminare». Per poi dirgli qualche tempo dopo: «Sei venuto bene nel video!». E Rizzi, senza parlare, annuì come se avesse ben inteso quale fosse il filmato evocato.

L’altro collaboratore, invece, riferì queste parole di Rizzi: «Io non mi faccio mettere i piedi in testa da nessuno». E poi: «Posso andare dove voglio a comprare partire di frutti di mare». Insomma, l’enunciazione sintetica del movente che portò al raid omicida di quella tragica domenica del luglio 2016.

Resosi conto di essere in cima alla lista dei sospettati (il 4 luglio fu eseguita una perquisizione domiciliare, poi gli fu notificata la richiesta di incidente probatorio), Rizzi si fece forte delle dichiarazioni di alcuni vicini di casa secondo le quali tra le 7.20 e le 7.25 di domenica 3 luglio non si trovava certo a Barletta. A investigatori e inquirenti sembrò una memoria talmente precisa da essere quasi paragonabile a quella di Pico della Mirandola. Peccato, però, che gli stessi testimoni non si mostrarono in grado di descrivere come fossero vestiti i carabinieri con cui avevano parlato poco prima. Rizzi è stato condannato all’ergastolo per omicidio pluriaggravato-premeditato.

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