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infiltrazioni mafiose

Appalti, sussidi sociali
ecco i favori ai clan

Valenzano, ricostruiti nel dossier i legami con il Comune

Appalti, sussidi sociali ecco i favori ai clan

di Carmela Formicola

La mafia è una cosa impalpabile. E le infiltrazioni evocano qualcosa di invisibile e profondo, come chi scavi in segreto. Un Comune sciolto per «infiltrazioni mafiose» non necessariamente è la terra dove il sangue macchia le strade quotidianamente e i gruppi rivali si affrontano in armi. Non a caso gli ispettori inviati a Valenzano dalla Prefettura, al lavoro tre mesi più tre, hanno annotato elementi significativi sulla presenza di una delinquenza di tipo mafioso con spiccata connotazione economica. Perché da tempo sappiamo che la mafia ha imparato a deporre le armi, inabissarsi e dedicarsi alla finanza, agli affari, agli appalti.

A Valenzano - dove oltre agli ispettori prefettizi in questi mesi si sono visti anche guardia di finanza, carabinieri e polizia - si sarebbe creato il «solito» sistema che porta il crimine e i colletti bianchi a interagire. In maniera più o meno invisibile. Anche la Procura, che sta indagando parallelamente al lavoro dell’inchiesta prefettizia, ha ravvisato la «permeabilità» dell'amministrazione comunale da parte di imprese ritenute in qualche modo collegate alle organizzazioni malavitose. È un gioco semplice e molto ben rodato in tutta Italia: un’azienda che sia intestata a un incensurato si aggiudica in maniera legale (almeno all’apparenza) le gare bandite dal Comune. Di più. C’è un altro modo per «dare soldi» ai clan senza che (quasi) nessuno se ne accorga: i contributi alle famiglie attraverso sussidi dei servizi sociali. Tu fai risultare che sei nullatenente o comunque al di sotto della soglia dell’indigenza (perché il tuo patrimonio è ben nascosto) e l’amministrazione ti aiuta con un assegno mensile. Grande o piccolo che sia, questo assegno, poco importa.

Tutto questo sarebbe finito nella corposa relazione degli ispettori prefettizi, poi inviata al ministro dell’Interno Marco Minniti che ha quindi chiesto al consiglio dei ministri lo scioglimento dell’amministrazione a guida Antonio Lomoro. Anche il sindaco avrebbe mostrato legami eloquenti con le famiglie malavitose: come già anticipato ieri dalla Gazzetta, il primo cittadino risulterebbe dipendente della Fr Autotrasporti, nei cui vertici societari compare il nome di Filippo Esposito, incensurato, genero di Giuseppe Buscemi (ha sposato la figlia).

I Buscemi, già. In fondo, se non si fossero messi a far volare la mongolfiera con tanto di dedica al figlio morto ammazzato, forse tutto questo non sarebbe venuto a galla (almeno non in tempi così stretti). Giuseppe Buscemi è nato a Palermo nel 1950, nel 1974 si trasferì a Valenzano per lavoro e qui conobbe Antonia Stramaglia, con la quale si sposò l’anno successivo. Per un periodo la famiglia rientrò a Palermo per poi fare definitivo ritorno a Valenzano nel 1983. Giuseppe Buscemi è attualmente pensionato dopo aver lavorato come operaio qualificato per la Matarrese spa.

Nella relazione gli ispettori hanno passato al setaccio la coabitazione della famiglia Buscemi con il clan Stramaglia (vicinissimo a Savinuccio Parisi), con l’amministrazione comunale e con il resto della comunità. Perfino la cappella di famiglia nel cimitero cittadino è finita nel dossier prefettizio, qualcosa di troppo vistoso per non essere interpretato come uno degli stereotipi dell’iconografia mafiosa.

In sei mesi di lavoro sarebbero stati acquisiti centinaia di documenti, sarebbero stati ascoltati dipendenti e funzionari del Comune, sarebbero state verificate parentele sospette. Sullo sfondo, sarebbero stati ricostruiti i movimenti di Michelangelo Stramaglia fino al suo omicidio (2009). Ai raggi x sarebbero poi finiti tutti gli affidamenti diretti fatti dall’amministrazione Lomoro a varie società e le possibili violazioni del codice degli appalti.

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