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Tumori, 7mila casi tra Bari e provincia ma il Covid ostacola prevenzione e cura

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BARI - La pandemia ha complicato la gestione delle patologie croniche, rallentando la presa in carico, l’assistenza e la cura dei pazienti oncologici e onco-ematologici. Si calcola che in Italia oltre 1,5 milioni di screening siano saltati negli ultimi mesi (i malati di tumore sono già 3,6 milioni), cui si aggiunge la grande difficoltà, anche nella nostra provincia, nel recuperare il tempo perduto. Considerando una stima preventiva secondo la quale nel 2020 circa 377.000 connazionali avrebbero avuto una nuova diagnosi di cancro (in molti casi con l’urgenza di un intervento chirurgico), l’entità dei danni causati alle persone (anche quelle già in cura, pure per altre malattie) sarà più chiara al termine dell’emergenza. Ma intanto è ancora problematico, anche per la sanità del nostro territorio, inserire in agenda migliaia e migliaia di interventi e visite, una (ri)programmazione che si sta cercando di organizzare destinando una volta per tutte i pazienti Covid in strutture dedicate (pensiamo a quella pronta tra qualche giorno in Fiera del Levante o all’ospedale San Paolo, che saranno centrali lasciando al Policlinico e al Di Venere il compito di dedicarsi compiutamente ad altro).

DATI - I numeri come sempre non mentono. Perché se da un lato ci si sta avvicinando alla soglia degli 80mila morti per Covid (2.500 in Puglia, di cui 600 in provincia di Bari dal 15 agosto a oggi), dall’altro non va dimenticato che in Italia i decessi per cancro sono ogni anno circa 180mila, il 27% rispetto al totale (650mila), cifra inferiore solo alle malattie del sistema circolatorio (che riguardano circa 7,5 milioni di individui colpendone letalmente circa 230mila ogni 12 mesi). In provincia di Bari i nuovi casi di cancro ogni anno sono circa 7mila (si ammalano e muoiono di più i maschi) e circa 3mila i decessi (in Puglia, rispettivamente, 22mila e 10mila). Se tra i maschi l’incidenza maggiore dei tumori riguarda prostata (19%), colon, retto e ano (14%), polmone e bronchi (14%) e vescica (13%), tra le femmine spiccano mammella (29%), colon, retto e ano (13%), tiroide (7%), corpo dell’utero (7%), polmone e bronchi (4%). In quanto alle cause di mortalità, secondo gli ultimi dati (a dire il vero non recentissimi) del Registro Tumori, tra gli uomini si muore di più a causa del cancro del polmone e dei bronchi (24%), della prostata (9%), di colon, retto e ano (9%) e del fegato (9%), tra le donne per tumore della mammella (17%), di colon, retto e ano (11%), di polmone e bronchi (7%), del fegato (6%) e del pancreas (6%). L’ulteriore cattiva notizia, ad esempio, è che nei pazienti con tumori del sangue contagiati dal Sars-Cov-2 la mortalità raggiunge il 37%.

CURE - La buona novella, però, è che progressivamente aumenta la capacità di curare soprattutto alcuni tipi di neoplasie, proprio a cominciare dal tumore alla mammella e al polmone. In generale, l'efficacia delle campagne di prevenzione e delle terapie innovative determina un complessivo aumento del numero delle persone vive dopo la diagnosi: almeno un paziente su quattro è tornato ad avere la stessa aspettativa di vita della popolazione generale e può considerarsi guarito. Rispetto a 10 anni fa è cresciuto notevolmente il numero di donne e uomini che sopravvivono alla diagnosi di tumore. Secondo l’Aiom, l’associazione italiana di oncologia medica, i tassi di mortalità stimati nel 2020 rispetto al 2015 sono in diminuzione sia negli uomini (-6%) sia nelle donne (-4,2%). Le donne si ammalano di più, ma tra loro la sopravvivenza ai tumori a 5 anni raggiunge il 63%, percentuale più alta rispetto a quella degli uomini (54%) perché il tumore più frequente, quello della mammella, è caratterizzato da una prognosi migliore. Le donne che vivono con pregressa diagnosi di tumore sono più di 1,9 milioni, mentre gli uomini quasi 1,7 milioni.

PELLE - Se da una parte calano i tassi di incidenza dei tumori dello stomaco e del fegato (sia nei maschi sia nelle femmine) e delle neoplasie prostatiche (per gli uomini), dall’altra continuano a salire i numeri del carcinoma polmonare e del carcinoma mammario, soprattutto nelle donne under 50. Negli ultimi anni, poi, si assiste a un incremento delle diagnosi di tumore del pancreas e della pelle. La barese Roberta Lovreglio, presidente provinciale della Lega italiana per la lotta contro i tumori, è una osservatrice diretta. Dermatologa, opera anche all’Ars Institute, un centro di dermatologia oncologica. «Su 500 pazienti al mese seguiti tra Lilt e Ars - afferma - c’è un 30% di diagnosi di lesioni precancerose e un altro 10% di tumori della pelle già riscontrati, tra cui, con maggiore incidenza, il carcinoma basocellulare da esposizione solare (coinvolge sostanzialmente una fascia d’età che va dai 50 agli 80 anni - n.d.r). Ma è in aumento anche il melanoma in situ sia a causa dei raggi solari sia per l’abbassamento delle difese immunitarie da condizioni di stress psicosomatico o per uso di farmaci immunosoppressivi. Da questo punto di vista consiglio molta attenzione da parte di chi fa la chemioterapia. In generale, il melanoma è preso in tempo con la prevenzione attraverso l’esame dermoscopico. Si tenga conto - aggiunge Lovreglio - che ci sono macchie spesso sottovalutate perché tendono apparentemente a rientrare. Il melanoma, in realtà, in alcuni casi può andare in riassorbimento degenerativo. Non si vede più e invece col tempo si ripresenta come metastasi. Insomma, lo screening e la diagnosi precoce salvano la vita. Tra l’altro, come Lilt stiamo partendo con una campagna, anche nelle scuole, contro il cancro al cavo orale, causato, come per il tumore alla cervice uterina, dall’Hpv, il virus del papilloma. Non è molto noto, ma stiamo osservando molti casi. Colpisce soprattutto a partire dai 30 anni».

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