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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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Lo striscione

Bari, Mascherine Tricolori contro il Recovery Plan: «La salute non era al primo posto?»

La protesta davanti all'ospedale Di Venere e in contemporanea in altre 100 città italiane

Bari, Mascherine Tricolori contro il Recovery Plan: «La salute non era al primo posto?»

BARI - Anche Bari è stata toccata dal flashmob nazionale organizzato dalle Mascherine Tricolori contro il Recovery Plan:  davanti l'ospedale Di Venere è comparso uno striscione: “La salute al primo posto?”. Con questo slogan l'organizzazione ha duramente contestato il Governo, reo di voler relegare la sanità all’ultimo posto tra le voci di finanziamento del Recovery Plan. La protesta ha toccato oltre 100 città italiane con striscioni affissi davanti ai principali ospedali e ha coinvolto decine di medici e personale sanitario al grido di “la sanità al primo posto”.

«Per mesi abbiamo assistito a martellanti proclami del Governo sulla necessità di rinforzare il sistema ospedaliero, aumentando i posti in terapia intensiva ed investendo nell’organico del personale medico-sanitario, per scongiurare una seconda ondata Covid. Annunci rimasti vuoti proclami persi tra banchi a rotelle arrivati a scuole già chiuse, casse integrazione ancora da percepire e bonus monopattini - spiegano in una nota le Mascherine Tricolori - ora scopriamo che la bozza del Recovery Plan prevede per la sanità solo 9 miliardi dei 193 miliardi messi a disposizione tra sovvenzioni e prestiti alle UE, relegandola incredibilmente all’ultimo posto dietro a voci come “transizione ecologica” e “parità di genere”». «Uno schiaffo a tutti coloro che in questi mesi sono stati in prima linea nelle strutture ospedaliere e di assistenza e un’assurda marcia indietro di un esecutivo che da mesi utilizza l’espressione “emergenza sanitaria” per governare a colpi di DCPM e che lascia intendere l’utilizzo del “Mes sanitario", ovvero l'ennesimo attacco da parte delle istituzioni europee alla sovranità nazionale, le quali in maniera più stringente potranno decidere e influenzare una politica di spesa italiana già fortemente vincolata agli assurdi trattati europei», concludono.

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