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«Scusami, è una giornata particolarmente favorevole, possiamo sentirci più tardi?». Roberto Bernasconi, 54 anni, barese, è un ristoratore di Shanghai, la città della Cina con il maggior numero di residenti: quasi 25 milioni. Nella Repubblica popolare dove ha avuto origine il virus di Wuhan, poi ribattezzato Sars-CoV-2, l’epidemia di Covid-19, diventata nel tempo pandemia planetaria, ha prima colpito duramente e poi costretto le autorità a rigide misure di contenimento, a volte anche limitando le libertà individuali. A distanza di quasi un anno lo scenario è però completamente diverso rispetto a quanto avviene adesso in Europa, alle prese con la seconda ondata e con una crescita esponenziale dei contagi.

Nell’epicentro della più grave crisi sanitaria da un secolo a questa parte, focolaio di origine della inarrestabile diffusione, le azioni quotidiane sono infatti tornate sostanzialmente ordinarie (portare la mascherina, ora semplicemente raccomandato, è abituale almeno da quando è scoppiata la Sars nel 2002). Mentre da noi si discute di lockdown, nella metropoli più popolosa della Cina si va al ristorante senza particolari restrizioni (si sta nel locale senza protezioni individuali e senza distanziamento) non solo per gustarsi la cena, ma anche per cantare e ballare. «È già passato un mese - afferma Bernasconi - dalla Cena della Taranta che abbiamo organizzato qui al Porto Matto, con il patrocinio gratuito di Pugliapromozione e la partecipazione del console generale di Shanghai e dell’Istituto italiano di cultura, alla presenza di decine di persone. C’erano due danzatrici salentine che hanno allietato la serata per la felicità degli italiani del posto, ma soprattutto dei cinesi. Ne sono rimasti affascinati. Una quindicina di ragazze si sono fatte trascinare. Ora alcune stanno facendo lezioni private».

Le immagini provenienti dall’Asia stridono moltissimo con le chiusure anticipate, i controlli nelle piazze e le proteste con tafferugli e cariche della Polizia diffuse in Italia. Pure i dati divergono in maniera clamorosa: sono 42 (nessun refuso: quarantadue) i nuovi casi di Coronavirus registrati in tutta la Cina nella giornata del 28 ottobre. Pare un bilancio incredibile in un territorio con una popolazione di 1,4 miliardi di persone. «Cominciamo col dire - spiega Bernasconi - che non si entra da nessuna parte, dai negozi ai mezzi pubblici, senza avere il codice verde. Si tratta di un’app per certificare che posso girare per Shanghai perché non sono transitato in zone a rischio negli ultimi 14 giorni. Se, per ipotesi, volessi andare a Pechino dovrei impostare la nuova destinazione per ricevere il via libera. In caso di codice rosso, invece, sarei costretto a rimanere a casa in attesa del tampone. Insomma, si traccia chiunque riducendo moltissimo il rischio determinato dagli asintomatici. In questa maniera si eseguono magari molti tamponi, ma mai a caso. Si tenga presente che qualche giorno fa per la scoperta di dodici positivi sono stati fatti a Qingdao, nella provincia dello Shandong, i tamponi a 9 milioni di residenti in pochi giorni».

Peraltro, la questione del controllo capillare a scapito della privacy non è presa nemmeno in considerazione in Cina. Mentre per la nostra Immuni (ancora sostanzialmente inefficace) si è dovuto fare i salti mortali per renderla compatibile con la nostra legislazione e garantire anonimato e difesa dei dati sensibili, nel… continente cinese sono disposti a farsi geolocalizzare pur di preservare la salute pubblica. «Del resto - aggiunge Bernasconi - il tracciamento avviene già con Alipay, la piattaforma di pagamento on line che tutti ormai usano avendo eliminato carte di credito e contanti. Ti pare che si debba lamentare chi è scrutato da Google oppure chi utilizza i social senza alcun problema? Una cosa è certa: se vuoi vivere qui ci sono delle regole che tutti sono disposti ad accettare. E se vuoi venire devi fare altrettanto. Il Governo cinese ha imposto il certificato attestante la negatività del tampone effettuato all’estero prima della partenza, poi un secondo test una volta arrivati, quindi una serie di controlli sanitari e questionari da compilare. Prelevati da autobus speciali, si viene poi portati in hotel requisiti dal Governo e controllati dalle forze di polizia, in cui c’è solo personale medico. Dopo due settimane di quarantena in albergo, dove ti viene misurata la temperatura tre volte al giorno, devi infine sottoporti a un altro tampone. Solo dopo puoi raggiungere la destinazione finale. In caso di positività finisci in ospedali dedicati. Ci sono stati rarissimi casi di italiani risultati positivi, e comunque assistiti prontamente dalle autorità consolari».

Passate le... forche caudine, si è però sostanzialmente liberi (benché tracciati, col vantaggio di essere sempre certi di non incontrare infetti). Ormai in Cina si misura la temperatura soltanto in caso di arrivo nei presidi sanitari. «A Bari - continua Bernasconi - diremmo: chi se ne frega della privacy davanti alla salute! In effetti è così. Ho saputo che da voi Immuni non funziona granché, anche perché non è ancora obbligatoria e comunque non è abbastanza affinata per arrivare all’obiettivo. Qui invece abbiamo ritrovato la tranquillità e possiamo pensare a lavorare. Sto organizzando un altro evento. Stavolta intendo realizzare una sorta di sagra pugliese, mantenendo il format del buffet con intrattenimento. Vorrei illustrare ai cinesi come si fa la conserva di pomodoro per l’inverno. Immagino che il locale si riempirà di nuovo. L’altra volta c’erano 120 persone. Quanti posti a sedere ho? Cinquanta».

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