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Anche da noi a Bari
c'è una casa degli Usher

Dimora grande e inquietante, condannata a un triste destino, percorsa da una fenditura, che alfine si disfa divaricandosi sui suoi stessi muri, inghiottita dalla terra che non la ama, il suo sudario

Anche da noi a Baric'è una casa degli Usher

di ALBERTO SELVAGGI

Ho acquisito un’abitudine che si è fatta vizio, come direbbe Aristotile. Partendo a piedi dalla mia abitazione, nel sorgere del sole ammalato, o nella notte che opprime con il suo cielo greve di nuvole, imboccata la via Fanelli che da Bari si prolunga verso un altro mondo, passo davanti a un Parco detto Paradiso, infoltito d’alberi sopravvissuti. E mi sembra di vedere ogni volta, là seduto sulla balaustra, un adolescente biondo dagli occhi di lago, con le tempie cinte da una fascia da tennis, impinzato d’hashish e con lo sguardo intento a sottrarre verità al vuoto, preda di vertigini meno improvvise di quelle indotte dall’anestesolo.

E così, lungo il cammino, vedo facce di negri, ma distinti, non gli stracci di profughi ospitati nel plesso vicino, vestiti con panciotto e cappello a cilindro, in mano bastoni d’osso, come si usava nell’Ottocento non ancora tardo. Sulla destra, superato viale Einaudi, mi si apre l’ingresso del complesso Villa Anna, sotto il cartello «vendesi» verde rosso, che schiude realtà inimmaginabili in un centro urbano. Tanto che le riesploro: la recinzione attorno a un verdeggiare pieno e sgraziato, lo sterrato che orla un capannone sigillato da assi attraverso i quali puoi spiare il suo ventre marcio d’industria. Vetri infranti dall’odio dei ragazzi, stupendi cancri di saracinesche di ruggine, traverse scardinate, ferro che piange, muffa. Maestoso ed orrido mausoleo, amabile come le passioni profonde, indimenticabile luogo perduto, miracolo estetico della degenerazione, e meravigliosamente insensato perché sul retro s’apre a uno spiazzo solitario che dà su un budello attraverso il quale senti latrare i cani. E su un vano enorme, più grande ancora se deformato dal tuo sguardo di mangiatore d’oppio, intento a raccontare segreti che non esistono.

Perciò, di là, guardando in basso, ruminando basso, raggiungo la meta, forse unica ed ultima, che si riflette spesso, dopo le piogge, in uno stagno d’acque morte: la ex Scuola Materna Filippo Smaldone per Sordomute, via Fanelli 261. Eretta nel 1903 su donazione del cav. Pasquale Di Cagno. Mutata in asilo comune e da quasi mezzo secolo abbandonata, nel suo mistero insolubile. Unica per inerzia attrattiva. Spenta come la cenere e l’ombra. Domicilio della mia anima, da quando ho capito che questa è la nostra Casa degli Usher.

Ci parlò di un edificio simile nel 1839 un dio che scrisse di esaltazione dei sensi e di angosciato terrore, Edgar Allan Poe, il più bello fra gli uomini, con quel sorriso di slealtà sgomenta, nato un giorno prima di me in un’età sepolta: La rovina della casa degli Usher. Dimora grande e inquietante, condannata a un triste destino, percorsa da una fenditura, che alfine si disfa divaricandosi sui suoi stessi muri, inghiottita dalla terra che non la ama, il suo sudario.

Ecco, vorrei che guardaste come io guardo la ex Scuola Materna per Sordomute. Ogni volta che posso. Davanti al cancello, attraverso le aperture. Melanconica. Paesaggio edile dalle fredde mura, radi filari di giunchi, tronchi caduti, finestre murate come orbite orbe: canta la nostra vita, Casa degli Usher. Se esiste l’amore, è lì che ti chiama. Non importa quando, non importa quanto. Voglio che guardi questo fabbricato nel suo giardino di polvere sul quale non cammina nessuno. Voglio che ascolti il silenzio che parla attraverso bambine senza lingua, le sfrenate improvvisazioni deformi di una chitarra attorno all’ultimo valzer di Weber. Voglio che non lo dimentichi, se lo abbatteranno, o lo ristruttureranno un giorno, che sia mai. Quando svanirà nell’uragano. Con la sua porta stretta che dà costrizione. Con il prato a isole spento dalle nostre lacrime. Con l’enigma racchiuso nell’ovvietà elementare delle sue architetture. E voglio che nello sgomento di questo grigiore, là dove lo strazio si fa malattia, nella tetraggine dell’abbandono di ogni volontà di risorgere, tu capisca che quella Casa è tua, perché la ami, perché ti ha chiamato. Affinché tra le sue pareti vuote tu scelga di soccombere, signor Roderick Usher.

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