Domenica 31 Maggio 2020 | 06:34

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Ha 52 anni e per una decina ha prestato servizio a bordo dell’elicottero del soccorso. Sposato con una collega, hanno due figli

Da Acquaviva a Brescia per fare il rianimatore: «Ho visto morire troppe persone, per carità restate a casa»

BARI - Un medico rianimatore di Acquaviva nell’inferno dell’ospedale di Brescia. E’ Carlo Gentile, lavora a turni raddoppiati agli “Spedali civili” della città lombarda, impegnato a circoscrivere l’epidemia del coronavirus. Dipendente del primo servizio di Anestesia e rianimazione, racconta: “Da più di un mese siamo impegnati in prima linea. Dalle notizie che arrivavano, si supponeva che questa vicenda sanitaria fosse lunga, ma non assolutamente lunghissima”, aggiunge Gentile. Nei giorni scorsi ha compiuto 52 anni, ha due sorelle ed è figlio di una casalinga e di un maresciallo dei Carabinieri, venuto a mancare nel 1989, tutti originari di Acquaviva. Una famiglia molto unita che gli anni scorsi si è trasferita a Brescia. Gentile ha sposato una collega di origini campane, nata a Roma, che presta servizio in un altro reparto dello stesso ospedale. Hanno due figli. Laureatosi in Medicina e chirurgia all’Università statale di Milano, specializzatosi in Anestesia e rianimazione presso l’Ateneo di Brescia, ha lunghi anni di esperienza professionale nella cura di pazienti ad alta gravità e per quasi un decennio ha fatto parte di equipaggi di elisoccorso. Un professionista abituato a gestire le emergenze, a arrivare dal cielo a soccorrere persone in gravi difficoltà.

Perché la scelta di diventare rianimatore?
“Probabilmente per vocazione. Uno stimolo per fare qualcosa di estremamente importante verso chi soffre”.

Ci può descrivere l’impegno in reparto?
“Comincio a lavorare alle 9 del mattino e la giornata si conclude verso le 21. Nell’arco di questo tempo, con i colleghi uno accanto all’altro, siamo concordi negli interventi e nelle decisioni da prendere. Si lavora di testa. Si deve intervenire senza mai perdere concentrazione. La pressione psicofisica è grande. E quando ritorno a casa devo pensare a organizzare il turno successivo. Ognuno di noi si impegna a salvaguardare la propria salute e quella dei propri cari”.
Secondo lei, come finirà?
“Sicuramente ce la faremo. Ce la faremo perché ce la dobbiamo fare. Ritengo che cambieranno determinate abitudini, alcune scelte e soprattutto la mentalità di tutti noi”.

Vuol rivolgere un appello ai lettori della “Gazzetta”?
“Guardi, in queste settimane tremende ho visto tanta, troppa gente soffrire per la morte di un familiare, di un amico. Sono entrato in contatto con decine di persone con il cuore a pezzi. Ecco perché l’unico comandamento o almeno il più importanto dovrebbe essere quello della solidarietà. Che deve spingere i cittadini a non uscire di casa, per evitare di contagiare sé e altre persone, le persone care. Facendo così il bene di se stessi, della propria famiglia e di tutte le comunità”.

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